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Di chi sono i nostri giorni? Di chi insegue e accoglie la grazia

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"Di chi sono i nostri giorni?" È con questo quesito che si apre La Grazia, l’ultimo film di Paolo Sorrentino, che vede Toni Servillo nei sobri panni grigi del Presidente della Repubblica, Mariano De Santis. Un uomo piegato dal dolore per la morte della moglie e attraversato da crisi esistenziali che oscillano tra rigore e nostalgia, pregiudizi e valori democristiani, immerso in una vita scandita da rituali e obblighi istituzionali.

A incrinare questa architettura chiusa e solenne è la figlia Dorotea, interpretata da Anna Ferzetti, anche lei giurista come il padre. È lei a scalfire, e poi a scardinare, il suo sistema di certezze, ricordandogli che il diritto “ti fa vedere la verità solo da lontano”, mentre toccarla con mano — e accettarne il peso — ti rende più umano.

Per rispondere alla domanda iniziale, Mariano De Santis è costretto a risponderne a un’altra: di chi sono le nostre prigioni, a quale parte di noi appartiene la solitudine, quale parte di noi abita i nostri recinti?

È la parte di noi che non sa scegliere, quella che ha paura di perdere il controllo, di non compiacere per timore del giudizio. La nostra pavidità: è a lei che appartiene la solitudine, che si mescola ai sensi di colpa per tutte le cose rimaste incompiute. Quando se ne accorge, si libera. E quando si libera, va oltre i recinti e le barriere che si è costruito. C’è soltanto una cosa che non riesce a fare: dimenticare. Perché a lui piace ricordare. Solo quando l’amore ti abita sei capace di ricordare davvero, e di vivere per il ricordo, anche se a tratti il ricordo fa male, brucia, ti fa morire.

Mariano De Santis arriva........

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