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Il lessico familiare del terrore

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01.04.2026

In epoca di guerre che sembrano infinite la riedizione per Einaudi del libro di Amitav Ghosh Catastrofi incendiarie (insieme al più noto La grande Cecità e al romanzo Le linee d’ombra) a più di vent’anni assume un significato particolare che ci fa uscire dall’orizzonte ristretto del nostro Occidente per comprendere che le «circostanze incendiarie» sono state lo sfondo pressoché quotidiano per molti abitanti del pianeta, per Ghosh in particolare sin dall’infanzia. E non è certo motivo di consolazione che le «circostanze incendiarie» di cui si racconta in tanti saggi nel libro (dall’assassinio di Indira Gandhi alla Cambogia ai conflitti India Pakistan) non siano più eccezionali in nessuna parte del mondo. Con una premessa a tutt’oggi vana: e cioè che poche idee siano pericolose quanto la convinzione che ogni mezzo sia consentito in funzione di un fine auspicabile. Vedi attualmente la questione di Gaza o l’attacco israelo-americano all’Iran.

Nel libro però la parte che più mi ha colpito è relativa al suo essere stato testimone, lui stesso, Ghosh, indiano, insieme alla famiglia, ai fatti dell’11 settembre del 2001 e all’abbattimento delle torri gemelle. Quando racconta che nel 1999, poco dopo essersi trasferiti a Brooklyn, lui e la moglie avevano fatto amicizia con Frank e Nicole De Martini, una coppia di architetti la cui vita era strettamente intrecciata proprio con le torri del World Trade Center. In qualità di direttore dei lavori del World Trade Center, Frank aveva i suoi uffici all’88° piano della Torre 1. Nicole era una dipendente dell’impresa che ha costruito il World Trade Cente, ingegnere di sorveglianza per verificare l’integrità strutturale delle torri gemelle. «Si è innamorato di quei due edifici – confessava  Nicole  alludendo al marito – li vedeva come una realizzazione umana straordinaria… Amava ripetere che le torri erano costruite per resistere all’impatto di un piccolo aereo». La mattina di martedí 11 settembre 2001 Nicole si stava dirigendo verso la porta dell’ufficio di Frank quando le pareti e il pavimento hanno preso improvvisamente a ondeggiare per effetto di un violentissimo urto. Pensando a una bomba non erano particolarmente allarmati, lei e Frank: pochi conoscevano la robustezza e l’elasticità dell’edificio meglio di loro. Dopo il tumulto iniziale, al loro piano si era diffusa una sensazione di calma. Frank guidò  fuori Nicole e una ventina di altre persone ma rimase indietro per aiutare gli altri e perché aveva una fiducia assoluta in quell’edificio.. Era quasi arrivata al ponte di Brooklyn quando la prima torre è crollata. «Sembrava l’inizio di un inverno nucleare – ricorda. – … e ci siamo ritrovati in mezzo a una nebbia chiarissima, accecante, come una tempesta di neve in un giorno di sole». Il finale della storia lo si immagina.

La stessa mattina dell’11 settembre 2001 Ghosh era seduto alla scrivania, nella casa di Brooklyn, quando la moglie chiamò dal suo ufficio a Manhattan per dirgli degli attacchi al World Trade Center. La figlia Lila, dieci anni, era a scuola a Brooklyn Heights, a un paio di chilometri da lí, e il figlio Nayan era in casa. Ghosh col figlio per mano trovarono Lila nel seminterrato della scuola. Le brillavano gli occhi, e non vedeva l’ora di raccontare ciò che era successo. «Tu dov’eri? – gli domandò. – Io ho visto tutto. Dalle finestre dell’aula di storia si è visto tutto benissimo». Da allora Gosh, ammette, ha dovuto riconoscere che c’è ben poco che abbia potuto  dire per aiutare i figli a comprendere ciò che hanno visto quel giorno. Diversamente dalle guerre, questi atti hanno come obiettivo l’orrore stesso: una frattura radicale delle procedure e dei protocolli che danno al mondo una parvenza di comprensibilità. È per questo motivo che non genera solo paura e rabbia, ma anche una durevole confusione; lacera le storie mediante le quali gli esseri umani connettono le proprie vite a un presente e un passato collettivi. La vita quotidiana sarebbe impossibile in assenza di alcune certezze rispetto al passato prossimo e venturo, dal treno che prenderemo ai versamenti per la pensione. Una mostruosità non secondaria di momenti come l’11 settembre è che smascherano il futuro per ciò che realmente è: ignoto, imprevedibile, totalmente imperscrutabile.

L’11 ottobre 2001, un mese esatto dopo gli attacchi al World Trade Center, il «New Yorker» ha invitato a leggere dei passi alcuni intellettuali e scrittori: Ghosh  sceglie due poesie del premio Nobel di Trinidad  di origini indiane Shahid Naipaul. Quando è venuto il suo turno, era come se notizie di un’epoca a venire fossero state portate nella capitale del mondo dal messaggero di una semidimenticata regione dell’interno. Il tempo si era capovolto: l’arretratezza aveva preceduto il progresso; la periferia aveva preceduto il centro nell’incontro con il presente. Eppure il messaggio consisteva semplicemente nell’ammissione di aver smarrito una mappa. Ma essere coscienti della morte di una teleologia non significa sapere cosa la sostituirà. Che cosa dire, a se stesso o agli altri, come lo stesso Ghosh ricorda, quando la mattina dell’11 settembre non aveva nulla da dire ai figli che non fosse già scritto in una poesia di Michael Ondaatje:

Dati tutti gli scarti della storia Non riesco a immaginare il tuo futuro [...]

Non riesco a immaginare il futuro. E non so come finiremo né dove.

Però conosco un racconto sulle mappe, per te.

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