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Neutralità carbonica: la scommessa europea è convincere gli altri

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24.10.2020

EDITORIALE

Neutralità carbonica: la scommessa europea è convincere gli altri

di Federico Fubini24 ott 2020

È diventato così di moda parlare della trasformazione verde dell’Europa, da dimenticare quasi che anch’essa - come qualunque altro progetto - implica degli arbitraggi. La difesa dell’ambiente e il contrasto al cambio climatico sono necessari, ma ciò non significa che siano un pranzo di gala. Restano dei costi da affrontare a fronte dei benefici che si vogliono ottenere. Se la riduzione delle emissioni di CO2 fosse solamente un’opportunità di crescita, la Terra non sarebbe al punto in cui è: ogni decennio successivo dopo il 1980 è stato più caldo del precedente, gli ultimi 5 anni (2015-2019) sono stati i più caldi mai registrati ed è probabile che il 2019 sia stato il secondo anno con le temperature più elevate da quando esistono serie affidabili.

L’Ue dovrà portarsi dietro gli Usa (con il nuovo presidente) e la Cina. In caso di fallimento si potrebbe arrivare a dazi verso Paesi terzi, ma così si rischia una guerra commerciale. Il cammino difficile deve iniziare

Occorre dunque ridurre a zero le nuove emissioni nette di CO2 entro metà del secolo - cioè entro la prossima generazione - per impedire che il surriscaldamento sia di più di 1,5 o al massimo due gradi Celsius al di sopra delle medie dell’era pre-industriale. Se nulla sarà fatto, nella seconda metà del secolo le temperature potrebbero invece salire anche di 5 gradi, livelli mai visti da milioni di anni, aumentando di molto il rischio di catastrofi e gravissimi danni economici.

PER ESSERE EFFICACE, L’ARMA DI UNA CARBON ADJUSTMENT BORDER TAX ANDREBBE APPLICATA AGLI STESSI EUROPEI... ANCHE SE L’UE OGGI RAPPRESENTA POCO MENO DELL’8% DELLE EMISSIONI TOTALI DI CO2

Fin qui l’evidenza. È quella che ha spinto l’Unione europea ad annunciare l’obiettivo della neutralità delle emissioni entro il 2050, passando per una riduzione del 55% nei prossimi 10 anni. Resta adesso da vedere quanto l’Europa sia in grado di fare la differenza. Resta da capire in concreto cosa significhi perseguire un obiettivo del genere, per quanto esso sia assolutamente indispensabile. Come ha ricordato di recente il direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol (all’evento romano “The Young Hope”), l’Unione europea oggi rappresenta poco meno dell’8% delle emissioni totali di CO2. Ne consegue, anche se questo Birol non lo ha reso esplicito, che la posizione di Bruxelles ha in primo luogo un valore politico: potrà fare la differenza soprattutto se riuscirà a portarsi dietro altri grandi blocchi economici internazionali.

L’incognita americana

Osserva Chicco Testa, ex presidente di Legambiente ed Enel e recente autore di un saggio contro i cliché che semplificano i temi delle politiche verdi ( Elogio della crescita felice. Contro l’integralismo ecologico, Marsilio Editori): «L’approccio di Bruxelles alla riduzione delle emissioni può avere più impatto se una vittoria di Joe Biden alle elezioni presidenziali riesce a portare gli Stati Uniti su una posizione più vicina a quella dell’Unione europea. In questo caso — nota Testa — sarebbe la Cina a finire isolata». Ad oggi però non è affatto sicuro che le cose vadano così. Il candidato democratico alla Casa Bianca può ancora perdere. Oppure può vincere ma non riportare immediatamente gli Stati Uniti negli Accordi di Parigi per il contrasto al cambio climatico. O infine può riportare il suo Paese negli accordi di Parigi, ma respingere l’idea di un azzeramento delle emissioni nette entro trent’anni. Anche in quel caso, almeno in teoria, sulla carta, l’Europa non sarebbe sola.

Xi Jinping e la Cina «verde»

In parte per ricostruire l’immagine internazionale del suo Paese dopo la pandemia, il presidente Xi Jinping alla recente Assemblea generale dell’Onu ha annunciato che anche la Cina adesso persegue la neutralità netta nell’immissione di CO2 nell’atmosfera. Nel caso di Pechino, entro il 2060. Ma anche ammesso che delle promesse del regime cinese sia realmente possibile fidarsi, quali sarebbero i costi degli impegni presi dagli europei? Cosa significhi in concreto la neutralità viene espresso in cifre dall’ultimo World Economic Outlook del Fondo monetario........

© Corriere della Sera


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