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La spesa dello Stato continua a crescere. In 2 anni è salita del 5%

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25.09.2019

Legge di bilancio

La spesa dello Stato continua a crescere. In 2 anni è salita del 5%

di Federico Fubini25 set 2019

Con poco tempo e molti miliardi da trovare per far tornare i conti, Roberto Gualtieri deve aver studiato ogni riga delle previsioni e dei saldi lasciati dai governi di prima. C’è un dato di spesa pubblica che potrebbe aver fatto sobbalzare il ministro dell’Economia alla scrivania: nei tre anni fino al 2021, le uscite correnti dello Stato risultano più alte di 48,7 miliardi rispetto a quanto stimato per lo stesso periodo appena diciotto mesi fa.

Naturalmente si tratta del risultato cumulato nel triennio, non di ogni singolo esercizio, ma è quanto risulta dal confronto dei Documenti di economia e finanza, o Def, pubblicati nell’aprile del 2018 (governo di Paolo Gentiloni) e in quello del 2019 (primo governo di Giuseppe Conte). In sostanza la spesa corrente quest’anno sarà più alta di una decina di miliardi rispetto a quanto sembrava possibile diciotto mesi fa; quindi in ciascuno dei prossimi due anni sarà superiore di circa venti. È il punto di partenza che rende così difficile far quadrare la Legge di bilancio delle prossime settimane. Se lasciata a se stessa, questa tendenza minaccia di consegnare nel 2021 un debito pubblico che metterebbe in dubbio la tenuta di prezzo dei titoli di Stato e il precario equilibrio dell’economia italiana. Da solo un deficit al 2% del prodotto lordo (Pil) per quest’anno - lo ha previsto ieri Antonio Misiani, viceministro all’Economia - non disinnesca la minaccia.

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Da dove vengano quei 48,7 miliardi di spesa corrente in più è noto: in buona parte, dalle pensioni anticipate di «quota 100» e dal reddito di cittadinanza. Ma è proprio questa realtà, che non è destinata a cambiare, a rendere più fragili le altre aree di tensione nella spesa dello Stato. Perché non ne mancano. Misiani ha riconosciuto il lavoro di chi è passato prima al ministero dell’Economia, con una «spending review» da 1,3 miliardi nel 2019. Eppure un’occhiata da vicino alle voci di uscita rivela dinamiche sorprendenti: in gioco c’è il modo in cui le amministrazioni pubbliche gestiscono gli appalti, smaltiscono i rifiuti o intrattengono rapporti con una miriade di società partecipate a livello locale.

I numeri suggeriscono che non tutto è a posto, né tutto sembra sempre sottoposto uno stretto controllo di gestione. Soprattutto, un lavoro di monitoraggio e cesello sulla spesa nei prossimi anni diventa decisivo per garantire quella che serve: assistenza alle famiglie, sanità, istruzione, ricerca. Senza un impegno del governo su questo fronte, non è scontato che gli equilibri attuali possano reggere.

La spesa per «consumi intermedi» dello Stato, quella per l’acquisto di beni e servizi, è salita di 7,2 miliardi di euro da fine 2016 a fine 2018: sono aumenti del 2,6% all’anno su un portafoglio che da vale circa 140 miliardi, quasi un quinto di tutte le uscite pubbliche prima di pagare gli interessi sul debito. Non tutto in queste spese è sbagliato e da eliminare, ovviamente. Negli anni scorsi c’era stata una compressione, quindi un rimbalzo era prevedibile. Soprattutto, nei «consumi intermedi» rientrano 33 miliardi della sanità per l’acquisto di costosissimi farmaci contro i tumori o l’epatite C:........

© Corriere della Sera