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La grande «ammuina» nella piazza

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Comprensibile l’attesa finché si temeva per la sicurezza degli ostaggi. Ma tra la loro liberazione e l’irruzione nella banca sono passate più di due ore

Confesso che ho tirato quasi un sospiro di sollievo leggendo ciò che lo speleologo Gianluca Minin ha raccontato alla nostra Anna Paola Merone, dopo essersi calato nel sottosuolo della banca rapinata al Vomero. La banda in stile «Casa di carta» che ha svuotato le cassette di sicurezza è passata dalle fogne. Non dal reticolo di gallerie sotterranee che fanno di Napoli una città a sé, quasi una Gaza (solo che nella Striscia i cunicoli li ha scavati Hamas). Perché la notizia mi ha rassicurato? Perché, togliendo un certo grado di esotismo all’accaduto, l’uso di una più banale rete fognaria rende la rapina più «normale», cioè meno attribuibile all’«eccezione napoletana», alle originali caratteristiche partenopee.

Sarebbe potuto accadere ovunque, insomma: non c’è bisogno delle grandi opere sotterranee dei greci o dei Borboni per muoversi nelle fogne. È però ci sono molti altri aspetti di quanto è accaduto che invece sono «locali», e dovrebbero perciò far riflettere le autorità pubbliche, amministrative, di sicurezza e giudiziarie, su quello che una rapina così ardita ma così riuscita significa, e su quanto spetta loro fare. Il primo punto è questo. Presi dalla iper politicizzazione del nostro dibattito pubblico, e anche grazie al protagonismo che da tempo vi svolge la Procura di Napoli, tendiamo ormai troppo facilmente a intendere la difesa della «legalità» come lotta alla corruzione pubblica e alla grande malavita organizzata, quella che agisce sugli appalti, sul racket, sulla politica.

La rapina del Vomero ci ricorda però che per la vita della gente comune «legalità» è innanzitutto «ordine pubblico». In un clima da Far West, o se volete da cinema d’azione (esiste un film napoletano del 2013, Take Five , con una trama molto simile) nessuno si sente più sicuro solo perché legge sui giornali di meritorie inchieste e retate anti-clan; il crimine piccolo o grande ha effetti molto più diretti sulle nostre vite. È comprensibile dunque l’allarme che i media registrano nel quartiere colpito, cullatosi a lungo nell’illusione di essere «diverso», quasi più protetto di altri dalla sua configurazione sociale «borghese».

Il secondo elemento su cui riflettere è la facilità con cui i rapinatori hanno agito. Sia assumendo per mesi le informazioni necessarie a scoprire la via migliore per giungere alle cassette di sicurezza. Sia nel muoversi indisturbati nella rete fognaria (di cui evidentemente avevano la mappatura, perché non ci si muove altrimenti al buio e sottoterra, con conoscenze forse anche migliori di quella dell’azienda comunale che la gestisce); sia nell’arrivare in parte al bordo di un’auto con la targa di cartone, e alla luce del sole.Aggiungo un sospetto, che immagino condividano tutti gli appassionati di thriller: i rapinatori dovevano sapere che cosa c’era nelle cassette di sicurezza. O magari solo in alcune di loro. 

Non si mette in piedi un colpo del genere, una banda di dieci professionisti, più tutta la logistica pre e post rapina, più l’investimento in materiali e macchinari, solo per prendere le gioie delle nonnine custodite in banca dai nipoti. È possibile che tra gli svaligiati ci sia qualcuno che nella cassetta conservava qualcosa di ben più prezioso? E che cosa? Gli investigatori si sono fatti qualche idea? Il terzo elemento è però il più grave: la confusione in cui si sono svolte le operazioni all’esterno, in piazza Medaglie d’Oro. Una grande ammuina , nonostante che sul posto ci fossero i vertici delle forze di sicurezza e della Procura. Curiosi dappertutto, mischiati a uomini in divisa da Rambo, telefonini che riprendevano, un clima da happening che avrebbe potuto mettere a repentaglio l’incolumità di molti, se le cose si fossero messe male, e che non andava consentito, isolando l’area.

Inoltre, il ritardo dell’azione. Comprensibile l’attesa finché si temeva per la sicurezza degli ostaggi. Ma tra la loro liberazione e l’irruzione nella banca sono passate più di due ore, aspettando l’arrivo delle unità di pronto intervento da Livorno: un tempo forse cruciale per dar modo ai banditi di fuggire senza poter essere inseguiti. Diciamo insomma che i rapinatori del Vomero hanno contato, per così dire, su fattori «ambientali» che potevano favorirli. È su questi che bisogna ora agire con determinazione da parte dei poteri pubblici, perché la prossima volta risulti molto più rischioso agire per i malintenzionati. Prendere presto i colpevoli sarebbe poi il modo migliore per segnalare che sì, poteva succedere ovunque, ma a Napoli non deve succedere più.

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