Cinquant’anni dopo il voto ai diciottenni: ora tocca ai sedicenni
Portare i giovani nel circuito democratico significa responsabilizzare una generazione e, allo stesso tempo, chiedere alla politica più attenzione alle scelte che riguardano il futuro: scuola, salari, ambiente, diritto all’abitare e debito pubblico.
Cinquant’anni fa l’Italia compì una scelta importante per la propria democrazia. Nel 1976 milioni di diciottenni entrarono per la prima volta nelle urne della Repubblica. Fu una riforma che riconosceva un principio semplice: una generazione che vive pienamente la società deve poter partecipare anche alle decisioni politiche che la riguardano. Oggi, a distanza di mezzo secolo, quella stessa logica dovrebbe portarci a compiere un nuovo passo: estendere il diritto di voto ai sedicenni, non come concessione simbolica ma come scelta di responsabilità democratica. La ragione principale per cui, da Sindaco, ho deciso di promuovere la campagna per il voto ai sedicenni è proprio questa: responsabilizzare i giovani e portarli dentro il circuito democratico. Negli ultimi anni abbiamo spesso descritto le nuove generazioni come disilluse o distanti dalla politica. Ma chiunque abbia occasione di confrontarsi con studenti e studentesse nelle scuole sa che la realtà è diversa. I ragazzi discutono di ambiente, università, salari, affitti impossibili, opportunità. Hanno opinioni chiare e spesso critiche molto nette verso la politica. Ecco che però sta al sistema democratico guidare questo senso di disillusione: portare i sedicenni alle urne significa dire a una generazione che la strada per esprimere il dissenso verso la politica non è l’indifferenza, ma la partecipazione democratica. Il voto è lo strumento attraverso cui una società trasforma il conflitto e le critiche in decisione collettiva. Coinvolgere i giovani significa chiedere loro di assumersi una responsabilità civica, ma allo stesso tempo significa chiedere anche alla politica di assumersi una responsabilità altrettanto chiara: ascoltare di più e decidere meglio sulle questioni che riguardano il futuro del Paese. Quando due generazioni intere (16enni e 17enni) entrano nel corpo elettorale diventa più difficile ignorarne i loro problemi e le loro priorità. Portare i sedicenni alle urne significa chiedere alla politica più attenzione ai temi che riguardano il futuro: la qualità della scuola e dell’università, i salari, il diritto all’abitare, il sostegno alla ricerca e all’innovazione, la transizione ambientale. C’è poi una questione che spesso resta sullo sfondo ma che è profondamente politica: il debito pubblico. Non tutto il debito è uguale. Un debito che finanzia investimenti, infrastrutture, ricerca e crescita può essere uno strumento di sviluppo. Ma il debito pubblico improduttivo, quello che non crea opportunità e viene semplicemente trasferito alle generazioni successive, pesa direttamente sulle spalle di chi oggi ha sedici anni. Introdurre il voto ai sedicenni significa anche ricordare alla politica che ogni scelta economica presa oggi avrà conseguenze su chi dovrà viverle più a lungo. Quando si parla di voto ai sedicenni emergono sempre le stesse obiezioni: non sono maturi, non sono informati, rischiano di essere influenzati. Colgo con rispetto queste sollecitazioni, ma sono convinto che la democrazia funziona perché include, non perché seleziona. Naturalmente questa riforma costituzionale deve essere accompagnata da un rafforzamento serio dell’educazione civica nelle scuole. Non come materia marginale, ma come uno spazio reale di formazione alla cittadinanza democratica: comprendere come funzionano le istituzioni, come nascono le leggi, quale ruolo hanno i cittadini nelle decisioni pubbliche. Se vogliamo giovani più partecipi e consapevoli, dobbiamo anche offrire loro strumenti migliori per capire e interpretare la vita pubblica. Del resto non si tratta di una proposta astratta. Diversi Paesi europei hanno già fatto questo passo. Non è quindi un salto nel buio, ma una riforma già sperimentata. Una riforma che si inserisce in un contesto drammatico: negli ultimi anni centinaia di migliaia di giovani italiani hanno scelto di studiare o lavorare all’estero. Le ragioni sono molte, ma tra queste c’è anche la sensazione di non avere spazio nelle decisioni che riguardano il loro futuro. La domanda che dovremmo porci è semplice: vogliamo continuare a perdere una generazione oppure vogliamo darle la possibilità di partecipare davvero alle scelte del Paese? Per me c’è solo una risposta: meglio permettere ai giovani di decidere oggi il Paese in cui vivere domani, piuttosto che costringerli a cercarne uno altrove. La campagna “Voto16” (si può firmare sul sito www.voto16.it) non chiede privilegi, quote bloccate o corsie preferenziali in base all’anagrafe. Chiede soltanto rappresentanza. Chiede che una generazione che già studia, lavora, paga tasse e contribuisce alla vita sociale del Paese possa anche partecipare alle scelte democratiche che ne determineranno il futuro. Perché una democrazia forte non è quella che teme la partecipazione dei più giovani, ma quella che ha il coraggio di renderli protagonisti.
