Risate amare per come si fa giornalismo d’inchiesta in Italia
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Risate amare per come si fa giornalismo d’inchiesta in Italia
Caro direttore, ho appena letto il tuo pezzo “Che pacchia essere Ranucci”. Ho riso, ma ho riso verde. Ovviamente condivido al 100 per cento, ma mi domando come sia possibile spacciarsi per giornalisti a quelle condizioni. Poi ho pensato al 10,3 di share di Report e ho dovuto concludere che, evidentemente, a (una parte del) popolo sta bene così (vedi vittoria del no al referendum). Un abbraccio.Giovanni Barilla
È così, Giovanni. Purtroppo.
Grazie per l’articolo “Il Black Friday dei figli della surrogata”, anche se è molto doloroso dirlo.Angela Valentini
È così, purtroppo, bis.
Caro Temp*, ho letto “Caru tuttu, bell e brutt, fluidə e non conformə: anche Temp* aderisce alla Carta Arcobaleno”. Pensa alla fortuna di Trump: non ha bisogno di asterischi, lui sì che è inclusivo!Giuseppe Fortini
Commento spiritoso in linea con l’articolo della Giojelli.
Caro direttore, lunedì sera al Centro Ambrosiano come Associazione Pragma e Centro Culturale di Milano ci siamo presi due ore per fare una cosa che a Milano si fa troppo poco: fermarci e chiederci che città abbiamo in testa quando diciamo “la nostra città”. È stata una bella serata, caratterizzata anche dalla presenza in sala di diversi esponenti politici e della società civile milanesi a cui abbiamo potuto offrire gli spunti che provo a riassumere, nella speranza che siano semi di buona politica pronti a fiorire.
Il titolo era “Dove guarda Milano?”. Volutamente ingenuo e volutamente impegnativo. A un anno dall’appuntamento elettorale, in Pragma abbiamo pensato che valesse la pena offrire alla città non innanzitutto un programma, ma uno sguardo. Quale modello di città abbiamo in mente? Quello che chiamiamo “modello Milano”, fatto di efficienza, attrattività, crescita e che ha portato a Milano molto di quello che oggi siamo? Oppure il “modello ambrosiano” evocato dall’Arcivescovo: una città a misura d’uomo, generativa per chi viene dopo? La risposta non sta tutta da una parte sola — e infatti la serata è stata proprio questo, un tentativo di tenere insieme i pezzi.
Con noi avevamo quattro voci di livello e ognuna ha lasciato qualcosa.
Alessandro Rosina ci ha portato i numeri della demografia milanese, consegnandoci una formula chiave della serata: attrattività senza accoglienza. Milano attira trentenni come nessun’altra città italiana, ha tassi di occupazione femminile da media europea, è un magnete — sulla carta dovrebbe essere generativa. E invece i nati sono al minimo storico, il numero medio di figli è sceso a 1.1 e la maggioranza assoluta delle famiglie milanesi è composta da una sola persona. Milano funziona da single, e quando si guarda la famiglia, ci si trasferisce. Chi arriva è attratto. Pochi si sentono accolti.
Regina De Albertis ha aperto il cassetto del tema casa con dati che parlano da soli: 50% sui prezzi e 70% sugli affitti nell’ultimo decennio, 1.800 euro per affittare 80 metri quadri, costi di costruzione saliti del 40% in cinque anni. Il suo messaggio, però, non è stato lamentoso: il mercato immobiliare non è il nemico, ma va orientato. E si orienta solo se si ricompone........
