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Esuli

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01.09.2026

In un’epistola al suo caro amico Ludwig Van Kempen, Francesco Petrarca scrisse che «ogni angolo del mondo è patria dell’uomo, non vi è per lui esilio, se non quello cui lo condanna l’incapacità di sopportare». La condizione di radicamento, ci dice il poeta, è dovuta al rapporto che ognuno ha con la propria anima e dipende dalla capacità umana di opporsi alla fortuna, i cui moti repentini sanno squassare l’esistenza di chiunque. L’esilio, dunque, nasce dalla mancanza di forza interiore piucché da una sanzione giuridica; dalla carenza di fortitudo e non da un editto, e si verifica quando l’individuo non si sente integrato con la sua vita, ma percepisce se stesso in quanto preda delle contingenze che lo avvolgono: senza più rotta, trascinato alla deriva costante su marosi contro i quali sente di non avere più alcun potere. «La forza d’animo – scrive Petrarca nella stessa lettera- è scudo contro gli impeti della fortuna».

Il poeta continua riprendendo Ugo di San Vittore per dire che «se la mens [cioè l’anima] comincia a desiderare il cielo, si sentirà ovunque in esilio, fino a che non sia giunta la sospirata meta», affermazione che si spiega identificando la vita sulla terra con la cacciata dal Paradiso a cui Adamo ed Eva hanno condannato tutta la loro discendenza e «la sospirata meta» col ritorno a Dio attraverso la morte che, «per gli uomini buoni, è la fine delle fatiche e l’inizio di una felicissima quiete».

Ora, se è vero, come affermano tantissimi tra studiosi di prim’ordine e artisti, che gli esseri umani, per capire la propria vita, hanno bisogno di guardarla attraverso la morte perché la prospettiva che offre la fine permette di spiegare tutto il tempo che è venuto prima di quel momento ultimo, io lascerei questo discorso per un’altra occasione e mi concentrerei più semplicemente sul tempo che ci è concesso di trascorrere sulla terra visto da dentro quel suo farsi. Se guardassimo il lato giuridico dell’esilio più da vicino, allora, non potremmo non notare che nella stragrande maggioranza dei casi la sua proclamazione non era che la legalizzazione di un’invidia che l’esiliato aveva attirato su di sé per il suo prestigio personale, per i suoi meriti, per la sua........

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