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Igor Protti e il quaderno con i gol annotati: "Iniziai a 15 anni quando ero nel Rimini"

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21.03.2026

Igor Protti, 58 anni, in carriera ha vinto la classifica marcatori in serie A, B e C. Il film a lui dedicato si intitola ‘Igor-L’eroe romantico del calcio’

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C’era un ragazzo che segnava i suoi gol su un quaderno, ma ancora più importante era il legame con il ’suo campanile’: la squadra della sua città, il suo territorio, il suo orgoglio. Igor Protti ha imparato presto, nella sua Rimini, che il calcio non è solo reti e numeri, ma fedeltà e radici, il rispetto per chi ti ha cresciuto e la passione per chi tifa ogni domenica. "Quando avevo 14 anni e giocavo nel Rimini, mio babbo che ne era dirigente mi disse che mi voleva il Cesena. Gli chiesi se dovevo accettare e rispose: ’Da tifoso del Rimini, se fosse per me mio figlio la maglia del Cesena non la indosserebbe mai’. Quell’insegnamento me lo sono portato dietro tutta la carriera". Questo è Protti, l’eroe romantico di un calcio che forse non c’è più. Ma che Luca Dal Canto, Alberto Battocchi e Anita Galvano hanno deciso di raccontare in un documentario ("Igor-L’eroe romantico del calcio") che debutterà in anteprima venerdì prossimo, dopo mesi di riprese, al Bif&st Bari International Film&Tv Festival 2026. Poi Livorno e Rimini, le sue due case. Al Multiplex Giometti, a Le Befane, arriverà il 7, 8 e 9 aprile. Un docufilm che racconta la storia del bomber che dal ’Romeo Neri’ ha spiccato il volo giovanissimo per andare ad abitare i piani più alti del calcio italiano. "A 15 anni – racconta in un’intervista su ilVenerdì – giocavo nelle giovanili del Rimini e mi venne in mente di annotare tutte le partite su un quaderno, segnando con un pallino i gol per conteggiarli a fine stagione. L’ho aggiornato fino al 2005, quando ho giocato l’ultima partita nel Livorno. È un ricordo tangibile della mia carriera che conservo ancora, anche se tendo a non guardare al passato per non essere travolto dalle emozioni".

Quei primi gol l’ex attaccante biancorosso se li ricorda uno ad uno. Poi ne fece anche tanti altri. Decine e decine. In tutti i campionati professionistici, dalla C ai piani nobili della serie A. Ma le radici non si dimenticano. Mai. Determinato, ma sempre umile. "Deriva dall’educazione dei miei. Mio babbo è stato una figura decisiva per la mia vita e la mia carriera: mi ha fatto capire ad esempio quanto fosse importante il sacrificio per ottenere determinati risultati". Ha fatto dell’appartenenza una sua bandiera. "Per me anche metterla una sola volta una maglia è una cosa davvero importante. Davvero quell’insegnamento di mio babbo me lo sono portato dietro tutta la carriera: rifiutai la Reggina perché ero stato a Messina, e quando ero a Bari, pur col contratto scaduto, rifiutai la chiamata del Lecce. È una questione di rispetto che si deve avere non solo per i tifosi, ma anche per gli avversari". Unico cruccio la Nazionale e quella convocazione mai arrivata.

"È stata una delusione, ma in quegli anni c’erano in Italia attaccanti molto forti. Arrigo Sacchi mi aveva allenato a Rimini, in serie C, quando ero molto giovane: seppi poi che aveva detto che non avrei mai potuto giocare in categorie maggiori. Forse all’epoca aveva ragione, ma quel giudizio negativo mi servì". Uno stimolo per dimostrare, forse, che quell’allenatore partito, proprio come lui, da Piazzale del Popolo, non ci aveva visto lungo. "Lavorando sui miei limiti fisici e mentali, alla fine sono riuscito a smentirlo. Le critiche devono sempre essere uno stimolo per migliorarsi". Il docufilm racconta questo: un calcio che sa di poesia. Chi ha visto Protti in campo sa che, tra dribbling e gol, si leggeva un ragazzo che voleva solo rimanere se stesso, eterno e romantico, in un calcio che forse non c’è più.

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