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L’Europa adulta che serve alla pace

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20.02.2026

Negli ultimi giorni il dibattito sul ruolo dell’Europa nel nuovo ordine mondiale ha ritrovato centralità anche grazie alle parole di Mario Draghi, pronunciate in un contesto segnato da conflitti aperti, competizione sistemica e ridefinizione degli equilibri globali. Con la consueta lucidità, l’ex presidente della Banca centrale europea ha affermato che l’ordine internazionale nel quale l’Unione ha prosperato è “finito” e che l’Europa non può più limitarsi a essere un grande mercato regolato, privo però di una coerente capacità politica e strategica.

È un passaggio che interpella in modo particolare le forze progressiste. Perché se è vero che il progetto europeo nasce come promessa di pace, cooperazione e progresso sociale, è altrettanto vero che quei valori non sopravvivono per inerzia. Hanno bisogno di istituzioni capaci di decidere, di investire, di proteggere.

Per troppo tempo l’Unione Europea si è concepita soprattutto come spazio economico: un mercato integrato, un laboratorio normativo, una comunità di diritto. Una costruzione straordinaria, ma incompiuta. L’illusione che la globalizzazione potesse neutralizzare la competizione tra potenze ha indotto molti a credere che le regole bastassero, che l’interdipendenza economica rendesse obsoleta la forza, che il commercio potesse sostituire la politica. La fine della Guerra Fredda è stata scambiata per la fine della storia.

Il ritorno della guerra nel continente europeo, l’irrigidimento delle sfere d’influenza, la crescente rivalità tra grandi attori globali hanno dissolto quell’illusione. Gli Stati Uniti hanno assunto una postura più assertiva; la Cina ha consolidato la propria proiezione economica e tecnologica; la Russia ha scelto la via della revisione armata degli equilibri regionali. In questo scenario multipolare, pensarsi soltanto come “modello” non basta. Nessun modello sopravvive senza la capacità di difendere le condizioni materiali e politiche della propria esistenza.

Per il campo progressista, tuttavia, il nodo non è inseguire una retorica muscolare o scivolare verso un nazionalismo continentale. Il punto è un altro: dotare l’Europa degli strumenti necessari per difendere la democrazia, i diritti sociali, la transizione ecologica, la coesione interna. Senza autonomia energetica, tecnologica e industriale, la giustizia sociale resta esposta ai ricatti esterni. Senza una politica estera coerente, la promozione dei diritti umani rischia di apparire selettiva o subordinata.

Non a caso Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici al Parlamento europeo parla da tempo di “autonomia strategica aperta”: una capacità di decidere e agire in modo autonomo nei settori chiave — sicurezza, energia, tecnologia, industria — senza chiudersi in un isolazionismo sterile. Autonomia non significa autosufficienza autarchica, ma libertà di scelta. Significa poter cooperare con Washington senza dipendenza, dialogare con Pechino senza subalternità, sostenere il multilateralismo senza ingenuità.

Una maggiore integrazione politica — il superamento dei veti paralizzanti, il rafforzamento del bilancio comune, strumenti fiscali condivisi, investimenti europei su difesa comune e transizione verde — non rappresenta un tradimento della tradizione pacifista europea. Al contrario, ne è la condizione di sopravvivenza. La pace non è solo assenza di guerra; è anche capacità di prevenire conflitti, di garantire sicurezza energetica, di ridurre le diseguaglianze che alimentano instabilità. È infrastruttura politica.

La vera alternativa oggi non è tra ideali e realismo, ma tra una responsabilità condivisa e una progressiva marginalità. Un’Europa frammentata, lenta, divisa tra interessi nazionali contrapposti, non difende meglio la pace: semplicemente la delega ad altri.

Per questo il salto verso una forma più compiuta di unione — più federale nelle competenze strategiche, più democratica nei processi decisionali, più solidale nelle politiche sociali — non è un vezzo istituzionale. È una scelta politica che riguarda la qualità della democrazia europea. Significa accettare che la sovranità, nel XXI secolo, non si recupera chiudendosi entro i confini nazionali, ma condividendola per renderla effettiva.

Un’Europa adulta non nasce per dominare, ma per proteggere. Non per competere in una corsa al riarmo ideologico, ma per rendere credibile la propria vocazione civile. Se saprà dotarsi degli strumenti adeguati, potrà svolgere una funzione di mediazione in un mondo frammentato, offrendo un modello di cooperazione che tenga insieme sicurezza e diritti, sviluppo e sostenibilità, autonomia e solidarietà.

In questo snodo storico, l’Europa deve decidere non solo il proprio posto nel mondo, ma la possibilità stessa di coniugare giustizia sociale e stabilità internazionale. Per una sinistra europea, la sfida è chiara: trasformare la necessità geopolitica in un progetto di democrazia più profonda, capace di proteggere le persone prima ancora dei mercati. Solo così l’Unione potrà essere fedele alla sua promessa originaria: fare della pace una scelta politica, non una semplice speranza.

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