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Christian Raimo: «Papà ha inventato il colore al cinema. Io prego la Madonna, ragazza del popolo»

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04.02.2026

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Nel suo nuovo romanzo, lo scrittore romano fa i conti con il padre, che lavorava nella fabbrica dove venivano “corretti” i capolavori del cinema mondiale. «In Italia c’è spesso l’idea che la storia familiare possa riassumere un’epoca. Ma è l’opposto. È la lezione di Coe o McEwan...»

Raffaele Raimo, chimico (in alto, attorno al tavolo), con altri lavoratori della Technicolor di Roma posano con la statuetta dell’Oscar (1969) per la fotografia a Pasqualino de Santis (al centro) per Romeo e GIulietta di Franco Zeffirelli

Seguo Christian Raimo dagli Anni Zero, quando con Nicola Lagioia animava minimum fax a Roma. All’epoca lavoravo al Riformista, che agli occhi della sinistra radicale era un giornale borghese. Negli ultimi anni ho osservato con rispetto e perplessità, a seconda dei casi, le battaglie culturali e politiche di Raimo. Ma leggere il nuovo romanzo L’invenzione del colore (La nave di Teseo) è stata una sorpresa: ho ritrovato la stramba freschezza e la spietata sincerità dei racconti d’esordio, Latte, con una maturità quasi disperata (come quando, con il fantasma del padre, parla di un amore perduto). In sintesi, è la storia di un figlio che scopre lati inediti del padre: uno, luminoso, e cioè che Raffaele Raimo, chimico alla Technicolor, è tra gli inventori del colore (il metodo ENR con cui è girato Apocalypse now fu creato da Ernesto Novelli e Raimo). L’altro è oscuro: da operaio, figlio di operaio di sinistra, il padre è diventato manager che ha passato gli ultmi anni a licenziare gli operai. Ma siamo in un romanzo, e per quanto autobiografico, niente e così netto, la memoria manipola e le famiglie sono polifoniche: la somma dei colori di quella fabbrica porta al nero del tumore che lo uccide. E il nero non è così negativo, perché il negativo di una pellicola è una versione latente da sviluppare. Morale? Conoscere i lati oscuri dei nostri eroi è fondamentale per avere con loro un rapporto autentico. A pagina 313 Raimo scrive: «Io facevo l’università e studiavo Simone Weil che voleva fare la lotta operaia da operaia, studiavo con i soldi di mio padre che licenziava gli operai sindacalizzati». Non si risparmia Raimo, che incontriamo in zona Testaccio a Roma.


Come nasce l’idea del romanzo?
«Da due eventi vicini. La malattia e la morte di mio padre. E la chiusura della Technicolor nel 2013. Al suo funerale ritrovo i colleghi, molti ammalati di tumore. E c’erano sia operai che quadri, mio padre era partito da lavoratore ed è diventato capo del personale. Ma era un estraneo per la dirigenza che diceva........

© Corriere della Sera