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La pace lontana da Gaza

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23.02.2026

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Ammettiamolo, Gaza non è più di moda. Da quando Donald Trump ha detto che lì vige la pace, anzi «la pace eterna», la Striscia in quanto fonte di dolore e morte è scivolata via dall’attenzione delle opinioni pubbliche occidentali. Resistono, certo, pattuglie di Pro-Pal, con la loro criminogena fissazione di buttare fuori tutti gli ebrei dal Giordano al Mediterraneo. Ma soprattutto crescono nei rendering di Jared Kushner, genero e factotum del presidente americano, i surreali grattacieli hi-tech dell’ipotetica «New Gaza», che dovrebbero sorgere sopra le macerie che oggi custodiscono corpi insepolti e vite spezzate dei palestinesi.L’attenzione collettiva ha ormai una tenuta assai breve. Sicché, quando il 13 ottobre dell’anno scorso Trump ha proclamato una pace «attesa da tremila anni» (sic) a un tavolo dove aveva accanto arabi e sunniti ansiosi di business ma al quale mancavano, purtroppo, i veri contraenti, Israele e Hamas, la fretta di voltare pagina è stata perfettamente comprensibile. Tuttavia, questa disattenzione generalizzata, oltre a implicare qualche asperità morale, può essere un errore di prospettiva. Perché Gaza, la Cisgiordania (fin qui rimossa come problema) e, più in generale, lo stato dei rapporti tra ebrei e palestinesi, nell’anno di elezioni legislative cruciali per la democrazia in Israele, sono una cartina di tornasole formidabile per capire la vera natura e qualità della diplomazia trumpiana che, a seconda dei punti di vista, potremmo definire dell’irrealtà o della volontà di potenza applicata alla realtà.

Il Board of Peace inaugurato il 19 febbraio a Washington dal presidente americano pare volto a ridisegnare una contemporaneità di «verità alternative» nel quale per fermare una guerra la si chiama pace ed è bell’e fatta, poiché gli eventi sono plasmati dalla propaganda su Truth e prendono forma per come vengono via via definiti dal presidente a vita del Board (Trump medesimo, ovviamente, per il quale la sua creatura sarà nientemeno che «l’istituzione internazionale più influente della Storia»). Intendiamoci. La neonata organizzazione è in qualche modo una nemesi per le Nazioni Unite. È l’impotenza del Palazzo di Vetro ad avere spinto il nostro guasto mondo verso ogni genere di avventura, inclusa questa sorta di circolo del golf dotato di arma nucleare e affollato di sgomitanti nazioni minori e vassalli affamati d’affari. Lungi dal fermare i tiranni, l’Onu se n’è fatto palcoscenico morale, dominato da un crescente terzomondismo antiamericano e antisraeliano: giungendo così ad attribuire all’Iran la presidenza di forum sui diritti umani e a omaggiare, con una visita genuflessa del suo segretario generale Guterres, un ricercato per crimini di guerra come Putin. Ma le colpe dell’Onu, in attesa d’una riforma sempre invocata e mai realizzata, non bastano a riempire di effettività geopolitica un Onu alternativo e semiprivato.

I fatti, com’è noto, hanno la testa dura. Per restare alla Striscia, negli ultimi quattro mesi e mezzo i morti sono stati almeno seicento, con bombardamenti e agguati quasi quotidiani. Si tratterebbe di «qualche piccola fiammata» perché «la guerra di Gaza è finita!», ha insistito il presidente americano al battesimo del Board. Ma la «fiammata», purtroppo, non pare tanto piccola. Le Idf continuano a sparare, dando la caccia ai terroristi fin nei tunnel e provocando ancora troppe vittime civili. Folle di gazawi sopravvivono a stento in tendopoli semi allagate. E Hamas, che ha rimpinguato le fila con giovani reclute, sta rialzando la testa. Ben lungi dall’acconsentire al disarmo, che sarebbe la precondizione per passare alla fase 2 del piano di Trump (la ricostruzione), i miliziani hanno, secondo la Bbc, ripreso il controllo del 90% delle aree da cui s’è ritirato l’esercito israeliano dopo il 13 ottobre 2025. Gestiscono tasse al limite dell’estorsione e secondo il Canale 12 israeliano sono «ovunque», negli ospedali, agli incroci, nei mercati: «Chi racconta che l’organizzazione sarebbe stata debellata vive in un altrove immaginario, non a Gaza». Dal 20 gennaio, Medici Senza Frontiere ha interrotto le operazioni mediche non critiche all’ospedale Nasser (da sempre accusato da Israele di collateralismo con Hamas) riferendo che pazienti e personale hanno visto «uomini armati, alcuni mascherati» in diverse aree della struttura e denunciato intimidazioni, arresti arbitrari e sospetti movimenti di armi.

La pace improbabile di Gaza s’intreccia con l’assai probabile guerra con l’Iran, che trasformerebbe il Board of Peace in un Board of War. Teheran resta una polveriera da quando Trump, al suo primo mandato, spedì al macero il compromesso sul nucleare raggiunto da Barack Obama (decretando così il trionfo dei falchi del regime) salvo poi tentare di recuperarlo nel secondo mandato, e salvo ancora essere trascinato da Israele nella «guerra dei dodici giorni» dello scorso giugno proprio mentre stava trattando daccapo con gli ayatollah. L’affollarsi di portaerei nel quadrante critico rende ormai quasi certo un nuovo attacco; del resto The Donald aveva fomentato la resistenza democratica durante le manifestazioni di gennaio («continuate a protestare, l’aiuto è in arrivo») per poi tirarsi indietro come suo solito, lasciando i coraggiosi iraniani nelle mani di una repressione da trentamila morti: qualcosa per riparare deve pur farla, sospinto anche dagli interessi elettorali del premier israeliano Netanyahu, la cui rinascita politica è stata favorita proprio dalla guerra di giugno. Nessuno piangerebbe la caduta d’un regime feroce come quello di Khamenei. Ma nel Medio Oriente venturo, qualche inquietudine sarebbe giustificata se la dottrina prevalente non fosse quella di Henry Kissinger ma quella di Roy Cohn, il disinvolto avvocato newyorkese che insegnò al giovane Trump come sommergere con l’istrionismo qualsiasi dato di realtà.

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