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I casalesi gestivano le truffe online, i proventi andavano alle famiglie dei detenuti:

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10.03.2026

Inchiesta della Dda partenopea e della Guardia di finanza partita dalle rivelazioni del genero del boss Francesco Bidognetti

Il clan dei casalesi gestiva gli incassi delle truffe online con il benestare del genero di Francesco Bidognetti: 2 arresti, 24 indagati. I militari del Nucleo Speciale Polizia Valutaria della Guardia di Finanza, con il supporto dei Finanzieri del Comando Provinciale di Caserta e Milano, hanno eseguito un’ordinanza applicativa di misura cautelare in carcere, emessa dal gip del Tribunale di Napoli si richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di due persone, indagate per i reati di associazione per delinquere e autoriciclaggio con l’aggravante di agevolare il clan dei Casalesi. 

Dalle indagini è emerso un sistema dedicato alle truffe online, con basi tra Spagna e Italia, finalizzato a “svuotare” i conti correnti delle vittime attraverso l’accesso abusivo a sistemi informatici e il furto di dati sensibili realizzato via mail (phishing), mediante l’invio di sms (smishing) e tramite comunicazioni telefoniche (vishing).Sono 38 gli episodi di truffa ai danni di vittime italiane a cui sarebbero stati sottratti circa 800mila euro, somme confluite – almeno in parte - nelle casse del clan dei Casalesi. 

La truffa - svelata in parte grazie alle dichiarazioni di Vincenzo D'Angelo, genero del boss Bidognetti e oggi collaboratore di giustizia - veniva realizzata con diverse modalità. Un primo schema, il più comune, consisteva nell’inviare alla vittima un messaggio SMS o una mail, proveniente - solo apparentemente - dall’istituto di credito dove il soggetto aveva aperto un rapporto di conto corrente, con i quali veniva comunicata l’avvenuta esecuzione di bonifici o di altre disposizioni di addebito. Successivamente il truffatore, spacciandosi per un dipendente della banca addetto al sistema antifrode, induceva la vittima a eseguire un bonifico istantaneo verso un altro conto corrente, riconducibile al gruppo criminale.Un secondo schema consisteva nell'attivazione di una copia della SIM telefonica della vittima e associata al conto corrente. In tal modo, era possibile accedere all’home banking e, una volta ricevuta la password temporanea (codice OTP) via SMS, trasferire con bonifici istantanei le somme dai conti correnti verso rapporti bancari e carte prepagate riconducibili all’organizzazione. I fondi così ricevuti sarebbero stati velocemente inviati su altri conti correnti, anche esteri, prelevati “per contanti” e consegnati, in gran parte, a esponenti del clan dei casalesi. In alcune circostanze, poi, i proventi illeciti sarebbero stati impiegati anche per l’acquisto di criptovalute, ritenute un investimento “sicuro” in considerazione dell’oggettiva difficoltà di identificare i titolari dei relativi portafogli virtuali (criptowallets).Alla luce delle risultanze investigative e in accoglimento della richiesta avanzata da questo Ufficio, il gip del Tribunale di Napoli ha disposto nei confronti dei due indagati principali, imprenditori casertani che operano nel settore del commercio di automobili e residenti tra l’Italia e la Spagna, la misura degli arresti in carcere. Per gli altri indagati, il gip ha comunque ritenuto sussistente un quadro indiziario idoneo a dimostrare che hanno fatto parte di un’associazione per delinquere finalizzata alla frode informatica, al riciclaggio e all’autoriciclaggio, con l’aggravante, per sei soggetti, della finalità di agevolare il clan dei Casalesi. 

Gran parte dei proventi illeciti, pari a circa il 40%, veniva consegnato in contanti ad esponenti del clan dei Casalesi per finanziarne l’operatività e provvedere al mantenimento di svariate famiglie di detenuti del clan stesso, rafforzando la presenza camorristica sul territorio. Inoltre, sono state effettuate 21 perquisizioni presso abitazioni e attività commerciali situate nelle Province di Napoli, Caserta, Modena, Benevento, Potenza e Isernia.  

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