Movida "fracassona" a Chiaia, 49 residenti denunciano il Comune di Napoli
I precedenti di Milano e Torino, dove i giudici hanno condannato le amministrazioni. Ecco la mappa dei locali "rumorosi" segnalati dai residenti
La denuncia al Comune di Napoli è stata sottoscritta da quarantanove residenti di Chiaia. Un atto d’accusa durissimo con il quale si punta — formalmente — il dito contro l’Amministrazione che poco o nulla avrebbe fatto per gestire la movida entro confini possibili. La vita notturna in zona baretti limita in modo sostanziale la vita dei residenti e condiziona — dalle 19 fino alle 2 di notte — pesantemente i ritmi di un quartiere dove i locali fanno attività all’aperto, i parcheggiatori abusivi lavorano indisturbati ad un passo dalla Stazione dei Carabinieri e le regole che dovrebbero garantire una convivenza possibile fra chi in zona ci abita e quelli che vogliono divertirsi solo saltate da tempo.
«Per noi è una sconfitta — avverte Caterina Rodinò, leader del Comitato Chiaia viva e vivibile — perché a lungo abbiamo immaginato che la difesa dei nostri diritti costituzionali non dovesse passare per una denuncia. E invece, dopo anni di inutili tentativi di dialogo con l’amministrazione comunale, per trovare una soluzione ai disagi creati dalla Malamovida ci siamo decisi a procedere sulla scorta di quanto hanno fatto a Napoli in vico Quercia e nel Centro storico. Dunque ecco la denuncia». Una strada già intrapresa a Milano e a Torino, dove ci sono state sentenze storiche — inclusi interventi della Cassazione — che hanno stabilito la responsabilità del Comune nella tutela della salute dei cittadini e per garantire il rispetto delle norme sulla quieta pubblica. «C’è un comitato nazionale che riunisce le voci delle diverse città — ricorda Rodinò — e le sentenze già ottenute sono per noi un viatico importante».
Accluso alla denuncia c’è un elenco dei locali del quadrilatero dei baretti — sono complessivamente 76 — e una mappa dove è indicata la posizione di ciascuno dei pubblici esercizi segnalati. «Quel che sconcerta — ricorda Rodinò — è che in barba ai regolamenti comunali nuovi locali hanno aperto in zona e che per la Prefettura includere Chiaia fra le zone rosse non è stato un meccanismo automatico. È stato necessario sollecitare attenzione per l’introduzione di vincoli sui quali, tuttavia, non c’è nessuno che vigila. Da tempo ormai Chiaia è fuori dalle strategie di controllo». Al Comune si chiede di adottare tutti i provvedimenti «necessari a restituire al quartiere vivibilità sicurezza e decoro nel rispetto dei diritti costituzionali di ogni cittadino, primo fra tutti quello alla Salute». E si fa riferimento ad una tabella che rimanda a rilievi fonometrici effettuati in alcune abitazioni del cosiddetto Quadrilatero dei baretti. A fronte di un livello massimo di 50 decibel consentiti dalle 22 alle 6 del mattino si arriva a quota 84 in via Bisignano, 82 in via Alabardieri, 77 in via Fiorelli 76 in vicoletto Belledonne.
Sforamenti che superano i 30 decibel e che sono solo parte del disagio cui sono sottoposti residenti che, in costanza di movida, faticano ad entrare ed uscire dalle proprie abitazioni in auto ma anche in taxi; si ritrovano in una atmosfera di perenne caos e in condizioni igieniche che riflettono la presenza di locali che per la stragrande maggioranza fanno riferimento ad una ventina di metri quadrati interni e praticano la propria attività sostanzialmente in strada. Il precedente partenopeo cui fanno riferimento i 49 denuncianti di Chiaia riguarda piazza Bellini, vico Quercia e piazza San Domenico che hanno denunciato il Comune per inquinamento acustico. Palazzo San Giacomo è stato condannato a risarcire i residenti per 1,2 milioni relativamente alle sentenze di piazza Bellini e vico Quercia, in più sono stati riconosciuti 760euro di risarcimenti ai residenti di piazza San Domenico e piazza Bellini (33mila euro a testa per dieci residenti). Inoltre il Comune è stato costretto a disporre limitazioni contro il caos notturno «che inspiegabilmente non sono state estese alle altre zone della città. Il caso del centro storico — ricorda Rodinò — avrebbe potuto fare scuola e invece si preferisce voltarsi dall’altra parte e a noi non è rimasto che denunciare».
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7 aprile 2026 ( modifica il 8 aprile 2026 | 07:01)
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