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Il dolore per una morte, il valore degli affetti: cosa ci dice la vicenda di Adamo e Jonathan

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Una mamma piange e si dispera. Adamo, suo figlio, 37 anni, è morto; o, per essere più precisi, è stato ucciso. Merita, questa donna, tutta la nostra cristiana comprensione. Come ogni essere umano sottoposto a un dolore tanto grande, anche lei si chiede: «Perché?», la domanda di sempre, destinata a rimanere senza adeguata risposta quando è rivolta a Dio.Sul web, però, ha scatenato una miriade di reazioni appuntite come frecce. Parole che fanno male. Frasi sarcastiche, invettive, maledizioni. La gente è stanca di subire. Tanti si sono sentiti in diritto di dire la propria e, occorre dirlo senza falso buonismo, almeno in questo caso, non senza ragioni. Perché? Perché il figlio della signora è stato accoltellato mentre, intrufolatosi di soppiatto, insieme a un complice, all’interno di una villa nel Varesotto, per rubare, ha ingaggiato una colluttazione col giovane proprietario e ha avuto la peggio.Alla mamma che piange e si dispera, quindi, sono tante le risposte che arrivano da ogni dove: «Perché, signora cara, non si entra in casa altrui di nascosto per fare del male; perché rubare non è un lavoro – come ha detto il cugino del defunto -  ma........

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