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Italia una “onorevole impresa”, inglesi sconfitti

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08.03.2026

RugbyingClass di Umberto Piccinini

Gli inglesi per oltre sessant’anni ci hanno letteralmente snobbato. Hanno ricacciato ostinatamente qualsiasi eventualità d’incontrarci. Nessun altro come loro. Un rifiuto categoricamente “ideologico”. Perché “macchiare” il loro senso estetico, nel rugby sacro e aristocratico, contro dei dissacranti non pari rango? L’otto ottobre del 1991, però, sono stati costretti. Eravamo nello stesso girone del mondiale. Per loro solo una formalità e hanno avuto conferma battendoci nettamente. L’avviamento di tante sconfitte, più o meno pesanti, ripetute per trentadue volte rendendo la sfida quasi sadomasochistica. Ma questa è un’altra storia, è il passato, perché c’è un oggi e la dura contesa vinta sul prato dell’Olimpico. C’è lo strabiliante, ma non inatteso, 23 a 18 con la, “finalmente”, sconfitta dei “maestri dell’ovale”. Ci sono questi ottanta minuti epocali che raschiano, definitivamente, anni di amarezze e angosce, sguardi bassi e orgogli lividi. Seppelliscono tutto il disprezzo e la presunzione che i sudditi di Sua Maestà non ci hanno mai fatto mancare. L’inno di Mameli, cantato da tutto lo stadio, prima e durante la partita, onestamente difficile ricordarne uno più appassionato e con più intensità, aveva anche chiaramente anticipato l’idea che quello potesse essere il giorno giusto. I ragazzi di Quesada tinteggiano d’azzurro un pomeriggio che pareva scivolasse, per l’ennesima volta, verso gli inferi. Dopo un primo tempo di “nessuno”, recuperano lo svantaggio, tenendo le spine della “Rosa Rossa” vicina da sentirne il profumo ma a giusta distanza per non pungersi. Vincono una partita acida, complicata, maleducata. Scippano una gara giocata con severità e ardore, senza fronzoli, a tratti bruttina, dal passo sincopato, spesso disordinata e non sempre, almeno dagli spalti, tatticamente comprensibile. Come quelle tante, troppe, palle scagliate al cielo, che mettono pressione, ma sistematicamente finite in mano ai rabbiosi inglesi fortunatamente anche un po’ maldestri. Una l’Italia solo a tratti solida nei fondamentali e convincente nel gioco. Non la superba mischia che ha imbalsamato gli avversari nelle tre partite precedenti. Ma un gruppo ostinato e gagliardo, quanto basta, dar far perdere agli inglesi, disturbati dalla loro indisciplina e artefici della propria rovina, il controllo della partita. Da buoni rugbisti stanno completando il percorso e oltre imparare le virtù assorbono anche gli imprescindibili “vizi” del mestiere, pronti anche a un rugby “da strada” pur di arrivare all’obiettivo. Quindi, Inghilterra decadente o no, il merito dell’exploit va principalmente a Lamaro e compagni. Una affermazione che sarà ricordata non per le sopraffini qualità della prestazione, ma perché, senza paura, intuendo la ghiotta occasione, non sono entrati in arrendevole depressione, non hanno mollato, come già visto, ma lottato portando a segno il colpo definitivo. Come chiarisce Quesada, nel post partita : “Prima della partita e in tutta la settimana abbiamo provato a mantenere la concentrazione e per gestire le alte aspettative”, e prosegue: “Eravamo consapevoli della difficoltà della partita di oggi, nel primo tempo sono stati bravi a metterci in difficoltà, ma abbiamo reagito e siamo stati bravi a rimanere nei piani. I ragazzi hanno fatto un lavoro enorme, ero già fiero di loro, ma ogni volta mi rendono sempre più orgoglioso del lavoro che stiamo facendo. In una partita come questa bisognava tenere duro e gestire bene anche nei momenti in cui abbiamo sentito la pressione inglese”. Dopo tante onorevoli sconfitte, quelle dal sorriso a mezzo labbro e lo sguardo smarrito, prendiamoci questa onorevole impresa comunque sia arrivata. Meglio giocare bene e perdere o giocare non perfettamente e vincere? Il boato al fischio finale che ha percorso tutto lo Stivale e la meritata gioia di tutto il movimento rugbistico italiano è la risposta. Se con l’entrata degli Azzurri nel Sei Nazioni, molti italiani, hanno capito che il Super Bowl è un altro sport, con la maiuscola copertura mediatica della vittoria sui “bianchi crociati di San Giorgio” hanno la consapevolezza di avere una squadra nazionale con un futuro nel rugby che conta.

Credits: photo by Silvai Lore/Federugby via Getty Images


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