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Israele e Usa attaccano l’Iran

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02.03.2026

La mattina presto del 28 febbraio, poco prima dell’alba, si è diffusa la notizia negli Stati Uniti d’America degli attacchi coordinati da Israele e Stati Uniti contro l’Iran con l’operazione militare chiamata “Epic Fury”. Prima si sono avvertite le esplosioni in tutta Teheran e, poco dopo, l’annuncio della morte dell’ayatollah Ali Khamenei. In pochi minuti, l’ecosistema dell’informazione americana si è frammentato lungo linee di frattura ormai prevedibili. Gli attacchi mirati di Americani e israeliani contro l’Iran dimostrano un nuovo modo di combattere con un piano mirato per colpire le sedi e i vertici apicali del regime in cui è stato ucciso anche l’ayatollah Khamenei. La conferma ufficiale, dopo gli annunci di Netanyahu e di Trump, è arrivato nella notte dalla tv di stato iraniana: “l’ayatollah Ali Khamenei è morto”. La guida suprema dell’Iran è stata uccisa insieme alla figlia, al genero e al nipote dalle bombe americane e israeliane nel primo giorno dell’operazione “Epic Fury”, lanciata alle 7:23 da Israele come “attacco preventivo”, che, ha detto Trump, non si ferma: o meglio, può andare avanti o finire in 2-3 giorni, secondo quanto dichiarato dal presidente americano ad Axios. L’obiettivo dell’operazione militare contro l’Iran, falliti i negoziati, è quello di far cadere il regime degli ayatollah. Gli Stati Uniti, però, spiega Bernard Selwan Khoury, direttore italo-libanese del Centro studi sul mondo arabo Cosmo, vogliono farlo in tempi relativamente brevi. Il modello di riferimento è ancora quello del Venezuela, che presuppone contatti almeno con una certa parte del regime. In questo caso non i Pasdaran ma l’esercito. La morte di Khamenei è la chiave per velocizzare il processo di caduta del regime. Una strategia degli americani e degli israeliani per evitare un pantano, in un teatro complesso come quello iraniano, e chiudere la partita con l’eliminazione dell’attuale regime. Gli americani sono i fautori della rapidità. Israele conosce il Medio Oriente meglio degli USA e sa che a volte è meglio una percentuale in più di instabilità piuttosto che soluzioni eccessivamente rapide. Il problema è molto complesso, che non può avere una soluzione veloce, emergenziale, perché la legittimazione teologica si rifà ad una presunta parentela con la famiglia del profeta Maometto, che l’ayatollah dell’Iran rappresenta. Poi c’è la stretta connessione tra l’elemento teologico e quello politico. La teocrazia iraniana è fortemente permeata dall’ideologia della rivoluzione islamica. Se è vero che la popolazione iraniana è a maggioranza sciita, è anche vero che la fede sciita non gode del massimo sostegno nella diaspora sciita iraniana, proprio perché il regime teocratico ha fatto della religione uno strumento di potere. E questo potrebbe aver indebolito anche il consenso interno. Gli attacchi mirati che sono stati condotti confermano che l’obiettivo finale è politico: rovesciare l’attuale regime. Infatti hanno riguardato i centri nevralgici del potere, legati in particolar modo all’IRGC, al comando della Guardia Rivoluzionaria Islamica, quindi alla leadership politico-militare che non ha voluto accogliere le richieste formulate dagli americani negli ultimi incontri negoziali. Questo è quello che è accaduto fin dall’inizio dell’attacco, durante il quale si è cercato di non degradare le infrastrutture vitali del Paese, perché l’obiettivo è quello di mettere in ginocchio non l’Iran, ma, appunto, l’attuale regime. Le forze navali, le installazioni missilistiche, per impedire agli iraniani di rispondere all’attacco lanciando missili e droni, ma anche diversi siti di comando dei Pasdaran, un loro quartier generale, l’area dove si trovano degli uffici di Khamenei e quelli del presidente iraniano: un attacco anche simbolico, al cuore del potere. Un piano non limitato alla capitale, ma esteso anche ad altre zone del Paese, a ulteriore dimostrazione del fatto che si intende colpire tutto il network legato all’attuale assetto di potere. I centri nevralgici presi di mira si trovano in tutto il Paese, a riprova della preparazione che ha richiesto questa vastissima campagna militare in termini di intelligence. Un’attività che va avanti da anni, condotta in particolare da Israele. Se è stata pianificata negli ultimi mesi, non è detto che possa richiedere molte settimane per essere portata a termine. Nella testa di Trump c’è il modello Venezuela, che ovviamente non è replicabile in uno scenario come l’Iran, perché qui il regime ha mezzi per rispondere, ma punta, come è successo in America latina, a forzare un cambio al vertice in tempi ridotti. Israeliani e americani non avranno bisogno di entrare nel Paese con i loro soldati. Hanno lavorato dietro le quinte per avere già i boots on the ground, individuando quelli che possono essere gli interlocutori di un nuovo assetto di potere in Iran. Non vogliono correre il rischio di non avere il supporto dell’opinione pubblica iraniana. Un’operazione di terra, insomma, è da escludere, non farebbe altro che ottenere l’effetto contrario a quello auspicato. È possibile che abbiano già individuato all’interno delle forze armate, in particolare nell’esercito, degli elementi con i quali poter quantomeno mantenere un dialogo e trovare un’apertura maggiore rispetto ai Pasdaran, un corpo fortemente permeato dall’ideologia di Khomeini e dalla rivoluzione islamica. Come ha affermato Donald Trump, ci sarebbero già le persone pronte per sostituire i vertici nel governo dell’Iran. Se l’obiettivo è un cambio di regime, non si può pensare che possa accadere con un collasso dell’elemento che in ogni Paese, soprattutto in........

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