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L’Iran ha un nuovo leader: Mojtaba Khamenei

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09.03.2026

La Repubblica Islamica dell’Iran ha ufficialmente varcato la soglia di una nuova era con l’annuncio, giunto nella serata di domenica, della nomina di Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema. La decisione dell’Assemblea degli Esperti è arrivata in un clima di tensione estrema, sfidando apertamente l’esplicito avvertimento lanciato poche ore prima dalle Forze di Difesa Israeliane. Tel Aviv aveva infatti diffuso un messaggio in lingua persiana su X, minacciando di colpire chiunque avesse preso parte al processo di designazione del successore di Ali Khamenei, deceduto nei giorni scorsi a seguito di un raid condotto nel cuore di Teheran da forze congiunte statunitensi e israeliane. Nonostante la pressione psicologica e militare, l’organismo religioso incaricato di guidare la transizione ha accelerato i tempi, confermando che la scelta è ricaduta sul figlio del defunto Ayatollah. La votazione, descritta come un atto di resistenza ideologica, è stata ufficializzata da Ahmad Alamolhoda e dal segretariato guidato dall’Ayatollah Hashem Hosseini Bushehri. La scelta di Mojtaba Khamenei sembra rispondere a criteri di assoluta intransigenza, in linea con la necessità espressa dal regime di avere una guida che sia, per citare fonti vicine alla selezione, apertamente odiata dal nemico. Questo passaggio di potere avviene mentre il conflitto mediorientale continua a espandersi pericolosamente verso l’intera regione del Golfo Persico. La morte di Ali Khamenei, che ha guidato il Paese per quasi trentasette anni, ha innescato una reazione a catena che vede Teheran intensificare l’uso di droni e missili contro obiettivi strategici. Nelle ultime ore sono stati segnalati attacchi ai serbatoi di carburante dell’aeroporto internazionale del Kuwait e a impianti di desalinizzazione in Bahrein, segnali di una guerra che non risparmia più le infrastrutture civili dei Paesi vicini accusati di collaborare con l’Occidente. Sul fronte diplomatico e internazionale, la posizione degli Stati Uniti rimane di massima fermezza. Il presidente Donald Trump ha ribadito che l’obiettivo finale dell’operazione resta la resa incondizionata della leadership iraniana, respingendo le parziali scuse del presidente Massoud Pezeshkian per i danni collaterali nei Paesi limitrofi. Alle minacce di Trump, che su Truth Social ha promesso colpi ancora più duri contro Teheran, ha risposto con durezza il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, avvertendo che le forze armate della Repubblica Islamica sono preparate da tempo a un’escalation totale e che ogni responsabilità per l’aggravarsi del conflitto ricadrà interamente sull’amministrazione di Washington. La nomina di Mojtaba Khamenei chiude dunque ogni spiraglio di dialogo immediato, blindando il potere supremo all’interno della cerchia familiare del defunto leader e proiettando l’Iran verso una fase di resistenza a oltranza. Mentre il mondo osserva con apprensione le prossime mosse di Israele, che aveva promesso di intervenire proprio per impedire questa successione, la regione si prepara a un confronto che appare ormai inevitabile e dalle conseguenze imprevedibili per la stabilità globale.


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