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PIL italiano: recupero fatto, ma la crescita resta al minimo

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25.02.2026

Nel comunicato del 30 gennaio 2026, ISTAT pubblica due grafici che, messi insieme, raccontano una storia chiara: l’economia italiana ha recuperato lo shock del 2020, ma negli ultimi anni fatica a ripartire davvero. Il primo grafico (PIL in indice, media 2013=100) mostra un percorso in quattro fasi: una crescita lenta fino al 2019, un crollo tra fine 2019 e metà 2020, un rimbalzo fino all’inizio del 2023 e, infine, un’ulteriore crescita molto timida fino al 2025. Il secondo grafico aiuta a capire questa tendenza, sottolineando che, a partire dal primo trimestre del 2021 e fino al primo trimestre del 2023, le variazioni percentuali congiunturali del nostro PIL sono state poco superiori o uguali allo 0%, per poi attestarsi sullo 0% dal secondo trimestre del 2023 all’ultimo trimestre del 2025, facendo sì che, nello stesso arco temporale, il trend prima decresca per poi stabilizzarsi attorno allo 0%. In sintesi, quando, trimestre dopo trimestre, la crescita è quasi nulla, il PIL non è precipitato, ma si è appiattito. Anche i dati annuali confermano il rallentamento: si passa dal +4,8% nel 2022 al +1,0% nel 2023 e al +0,7% nel 2024, valore poi confermato (in via preliminare) anche per il 2025. Una chiave di lettura proviene dall’Economic Surveys ITALY dell’OCSE (gennaio 2024), in cui si evince che il vincolo strutturale dell’Italia non è tanto la “mancanza di produzione” in senso assoluto, quanto la dinamica anemica della produttività e la difficoltà a trasformare investimenti e innovazione in un processo cumulativo di crescita. Il vincolo italiano, quindi, è la produttività debole e la difficoltà a trasformare investimenti e innovazione in un processo cumulativo di crescita. In termini “kaldoriani” (Nicholas Kaldor / Petrus Johannes Verdoorn) se non si innesca bene la catena domanda – produzione – produttività, la crescita resta fragile. E, in una lettura più ampia (Augusto Graziani), il problema si accentua quando l’investimento in conoscenza (R&S, organizzazione, competenze) non riesce a tradursi in produttività del capitale fisico e del lavoro. Da qui discende un punto pratico: se il collo di bottiglia è la produttività, conta non solo quanto si investe, ma anche come si investe. In particolare, la crescita della quota di investimenti in R&S e l’implementazione di nuove tecnologie sul totale degli investimenti sono condizioni cruciali per alzare il potenziale di crescita. Tuttavia, questo passaggio avviene difficilmente “da solo”. Le nuove tecnologie richiedono spesso orizzonti lunghi, infrastrutture, competenze, filiere e, soprattutto, una riduzione dell’incertezza che il singolo investitore difficilmente può garantire. Per questo, l’aumento stabile della R&S all’interno degli investimenti complessivi può realizzarsi solo attraverso una programmazione della spesa pubblica orientata in modo chiaro: non spesa dispersa, ma spesa finalizzata al finanziamento di politiche industriali (diffusione dell’innovazione, crescita di scala delle imprese, filiere strategiche) e di politiche energetiche (costo e sicurezza dell’energia, reti, efficienza, transizione). Il problema, oggi, è che in Italia questa regia è stata poco presente e intermittente per troppo tempo: senza una politica industriale ed energetica continuativa, gli investimenti innovativi restano frammentati, faticano a diffondersi e non riescono a generare quell’effetto cumulativo che porta un’economia a “prendere velocità” invece di restare inchiodata a una crescita vicina allo zero.

Guido Tortorella Esposito – Unisannio


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