L’Italiana in Algeri, una “follia organizzata” nel cantiere del contemporaneo
Teatro Municipale Valli di Reggio Emilia, 20 e 22 febbraio 2026 Nuovo allestimento della Fondazione I Teatri Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini Direttore: Alessandro Cadario Regia: Fabio Cherstich
Teatro Municipale Valli di Reggio Emilia, 20 e 22 febbraio 2026 Nuovo allestimento della Fondazione I Teatri Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini Direttore: Alessandro Cadario Regia: Fabio Cherstich
Tutto esaurito al Teatro Valli per L’Italiana in Algeri di Gioachino Rossini, capolavoro che Stendhal, con felice quanto insuperata espressione, definì una «follia organizzata». Definizione che ben riassume l’essenza di un’opera in cui la comicità surreale del genio pesarese trova una delle sue massime espressioni. Il celebre concertato finale del primo atto – «Nella testa ho un campanello che suonando fa dindin» – ne è esempio paradigmatico: qui appare con chiarezza come i personaggi si svuotino della loro sostanza umana, della loro consistenza psicologica per trasformarsi, in virtù di un mirabolante artificio onomatopeico-contrappuntistico, in ingranaggi di un perfetto meccanismo a orologeria che gira segnando un tempo irreale, ma perfettamente organizzato. Ogni personaggio si identifica in un tema musicale sonoro-onomatopeico (dindin-campanello per i terzetto femminile, bumbum-cannone per Mustafà, cracra-cornacchia per Taddeo, tactà -martello per Haly) e come tale viene organizzato nella costruzione musicale di un rigoroso fugato. È una follia lucida dunque, costruita attorno al puro artificio teatrale, alla meccanica inesorabile di un gioco drammatico e musicale che non porta messaggi o significati ma la pura e semplice articolazione del proprio esistere; meccanismo di raffinata inutilità come accade ai giochi più intelligenti e sofisticati. Mettere in scena questa “follia organizzata” non è impresa semplice. Rossini, attraverso le forme dell’opera buffa settecentesca ormai al tramonto, costruisce una comicità fondata sul paradosso e sul nonsense: la componente drammatica – intesa come azione e parola – si scioglie in valori puramente musicali. È la musica stessa a generare la scena, a costruire congegni teatrali che danno senso a una vicenda che, sul piano logico, apparirebbe improbabile e assurda. La trama è nota: ad Algeri il bey Mustafà, stanco della moglie Elvira, sogna una donna italiana e ordina ai suoi predatori del mare di rapirne qualcuna; è così che Isabella, bottino insperato di tal scorreria, messasi in mare per cercare l’amato Lindoro, approda alla corte del Bey, presso cui, guarda caso, proprio l’amato è tenuto prigioniero. Con intelligenza e ironia, Isabella ribalta i rapporti di forza, umilia Mustafà e orchestra la fuga finale attraverso il celebre stratagemma dell’ordine dei Pappataci. Un cantiere in riva al mare Il regista Fabio Cherstich, affiancato da Nicolas Bovey (scene), Arthur Arbesser (costumi) e Alessandro Pasqualini (luci), ambienta l’azione in un cantiere contemporaneo in riva al mare: una villa incompiuta, instabile, fatta di materiali edilizi e arredi provvisori. Un luogo che promette ordine ma non lo garantisce e in questo Cherstich tradisce la sostanza rossiniana. Personaggi volutamente grossolani e scalcinati, in ordinari costumi balneari, popolano quello che dovrebbe essere il palazzo del Bey. Nelle scene finali del secondo atto, quando l’imbroglio dei Pappataci prende forma, l’ambientazione scenica si spinge verso il paradossale: enormi palloni gonfiabili indossati da Mustafà e dai cortigiani amplificano la caricatura e visualizzano la vacuità del potere maschile, ormai definitivamente smontato. La regia insiste con intelligenza sul contrasto tra l’astuzia e la superiorità femminile e la goffaggine maschile: Mustafà e Taddeo incarnano una mascolinità ridicola e inconsistente, circondata da una corte improvvisata e sgangherata. Si salva Lindoro, l’innamorato, motore sentimentale dell’azione, ma il vero centro propulsivo resta Isabella, autentica dominatrice del gioco teatrale. Alla guida dell’Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini, Alessandro Cadario affronta la partitura con rigore filologico e chiarezza di disegno con attenzione alle varianti milanesi messe in luce dalla edizione critica della partitura. Il suono d’insieme è compatto e brillante, le dinamiche energiche ma mai sopra le righe; apprezzabile la cura degli assoli e l’attenzione ai colori orchestrali, fondamentali in un’opera dove il timbro diventa azione scenica, vedi il rafforzamento della sezione delle percussioni con grancassa, triangolo e piatti a suggerire una banda turca, nonché l’uso percussivo degli archi. Un cast affiatato e attorialmente convincente Eccellente il cast, compatto sul piano musicale e particolarmente efficace sotto il profilo attoriale, ben guidato da una regia che richiede ritmo serrato e precisione. Laura Verrecchia firma un’Isabella di straordinaria qualità: perfezione vocale, intensità scenica e naturalezza del gesto fanno della sua prova il fulcro della serata. Al suo fianco, il Lindoro di Ruzil Gatin si distingue per buona qualità timbrica e solida tenuta in una parte di tessitura acuta impegnativa, affrontata talora con qualche forzatura ma sempre con generosità. Giorgio Caoduro offre un Mustafà vocalmente autorevole e scenicamente incisivo, qui trasformato in un arricchito parvenu di provincia, antipatico quanto basta per risultare credibile nella sua progressiva demolizione. Marco Filippo Romano propone un Taddeo divertente e vivace, pienamente inserito nel meccanismo comico rossiniano. Bene anche Gloria Tronel nei panni della sventurata Elvira. Completavano con efficacia Barbara Skora (Zulma), Giuseppe De Luca (Haly). Ottime le comparse, perfettamente integrate in un ritmo scenico serrato e ricco di gustose gag. Il Coro Claudio Merulo, preparato da Martino Faggiani, ha affrontato con qualità sia l’impegno musicale sia quello attoriale, parte integrante della macchina teatrale. Successo pieno da parte d un pubblico che ha espresso il proprio apprezzamento con frequenti applausi a scena aperta e fragorose risate.
Il nuovo allestimento è una coproduzione della Fondazione I Teatri di Reggio Emilia con i Teatri di Piacenza, Modena, Ravenna, la Fondazione Haydn di Trento e Bolzano e il circuito OperaLombardia. Dopo il debutto reggiano, lo spettacolo proseguirà nelle diverse sedi coproduttrici.
