Bach, il contrappunto della festa nella misura della gioia
Le Suites per orchestra al teatro Valli di Reggio Emilia
Martedì 24 febbraio, al Teatro Municipale Valli, la Stagione dei Concerti della Fondazione I Teatri ha accolto una delle formazioni più autorevoli nel campo dell’interpretazione filologica, intesa più liberamente come interpretazione “storicamente informata”: l’Akademie für Alte Musik Berlin, protagonista di un programma interamente dedicato alle quattro Suites per orchestra di Johann Sebastian Bach. Fondato a Berlino nel 1982, l’ensemble – che ha celebrato nel 2022 il quarantennale – è oggi considerato tra le principali orchestre da camera al mondo nel repertorio barocco e classico su strumenti originali. Nel corso della sua lunga attività ha mostrato una versatilità esemplare nell’affrontare il complesso e dibattuto tema della prassi esecutiva barocca, coniugando consapevolezza filologica e libertà interpretativa, rigore storico e vitalità espressiva. Le Suites orchestrali rappresentano, sotto il profilo storico e musicologico, un vero campo minato. Problematico è ricostruirne la cronologia, stabilirne con certezza la destinazione e le occasioni esecutive, così come interpretare le varianti manoscritte che interessano sia la scrittura sia l’organico. Pubblicate postume, separatamente e in tempi diversi, non seguono nell’attuale numerazione un ordine cronologico. Gli studi le collocano in parte nel periodo di Köthen (1717-1723), in parte negli anni di Lipsia, dove Bach trascorse gli ultimi ventotto anni della sua vita. In entrambi i casi è evidente che il compositore potesse disporre di strumentisti di alto livello, considerate le difficoltà tecniche delle parti e la presenza di strumenti concertanti in funzione solistica, secondo una prassi ben consolidata nel barocco. Emblematica, in tal senso, la celeberrima Badinerie della Seconda Suite, scritta con ogni probabilità per un virtuoso del flauto traverso. Va inoltre ricordato come l’idea stessa di “orchestra” in senso moderno – organico compatto e stabilmente definito per famiglie strumentali – sia estranea all’epoca bachiana. Le esecuzioni degli anni Sessanta e Settanta del Novecento, affidate a grandi orchestre sinfoniche sotto la direzione di maestri come Richter o Karajan, pur affascinanti e suggestive, restituivano una lettura monumentale e compatta, lontana dai criteri filologici affermatisi in seguito. In questa prospettiva l’Akademie ha proposto un organico flessibile, calibrato secondo le esigenze di ciascuna Suite. Di particolare interesse la Seconda, in cui il flauto solista dialogava con soli cinque archi e clavicembalo: una scelta che ha permesso una straordinaria trasparenza delle linee melodiche, mettendo in risalto il finissimo fraseggio del solista, l’eleganza degli abbellimenti e un suono morbido e avvolgente, reso tale dal timbro degli strumenti originali. Nella Terza Suite trova spazio anche la celeberrima Air, nota come ”Aria sulla quarta corda” (per la trascrizione ottocentesca che ne fece il violinista August Wilhelmj). Pagina di sospesa cantabilità e intima semplicità, sostenuta dal morbido intreccio degli archi e dal discreto sostegno del basso continuo, è divenuta familiare al grande pubblico anche grazie alla sigla di Quark di Piero Angela e ad altri numerosi utilizzi in contesti pubblicitari. Nell’interpretazione dell’Akademie la musica ha ritrovato la sua misura originaria, sottratta a ogni compiacimento sentimentale e restituita alla sua pura, intensa essenzialità. Intelligente anche la costruzione dell’intero percorso musicale: le Suites n. 4 e n. 3 – con organico più ampio e presenza di trombe e timpani – hanno aperto e chiuso la serata, affermando l’idea di una solenne cornice festiva, quasi una fanfara introduttiva e un sigillo conclusivo di grande splendore. In queste composizioni Bach riesce a fondere il rigore contrappuntistico con la leggerezza della danza, la scienza compositiva con il piacere del suono. La danza non è più gesto funzionale al movimento, ma forma sublimata, arte assoluta. Il gusto timbrico è sfruttato con sapienza, in una concezione che trova nell’opera “sorella” dei Concerti Brandeburghesi, il medesimo tripudio strumentale. L’esecuzione è risultata priva di ombre, capace di coniugare rispetto filologico e interpretazione viva, mai irrigidita in schemi precostituiti. L’ensemble, formato da musicisti che sono al tempo stesso solisti, ha valorizzato quella dialettica tra solo e tutti, tra concerto grosso e scrittura orchestrale, che nelle Suites trova una sintesi originale. Successo pieno e convinto del pubblico. Nessun bis: a suggello di un programma compatto e coerente, concluso nella sua perfetta misura.
