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Perché Orbán tradisce la storia ungherese

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05.03.2026

Dalle radici umanistiche alle battaglie di libertà dell’Ottocento e Novecento: il sovranismo oggi al potere nega l’anima di un popolo che ha sempre guardato all’Europa.

Il governo di Orban in Ungheria rappresenta il caso singolare di un “sovranismo” al potere per un tempo decisamente lungo. E tuttavia la storia dell’Ungheria è ancora più lunga: mentre si avvicinano elezioni politiche che potrebbero segnare una svolta importante, un rapido sguardo al passato dell’Ungheria potrebbe dimostrare come il nazionalismo autoritario di Orban non renda onore alla autentica storia di un paese che ha sempre intrecciato le battaglie di nazionalità con quelle di libertà. L’Ungheria è sempre stata un crocevia d’Europa. Nel sistema difensivo dell’Impero Romano, la grande pianura ungherese (all’epoca “Pannonia”) aveva un’importanza fondamentale: in quell’area non difesa da barriere montuose doveva essere mantenuto saldo il Limes affinché le popolazioni barbariche provenienti dall’immensità senza forma dell’Eurasia non facessero irruzione. Dopo il crollo dell’Impero Romano il territorio dell’attuale Ungheria diventa luogo di passaggio di diverse etnie, quindi luogo di insediamento dei Magiari. La loro lingua è completamente aliena rispetto alla famiglia europea, ma i magiari entrano spiritualmente nel mondo europeo convertendosi al cristianesimo con Santo Stefano. Tuttavia a distanza di secoli qualcuno ha voluto rievocare come una gloria nazionale la parentela con gli Unni di Attila; all’inizio del Novecento, forse per antagonismo con il milieu culturale della corte di Vienna si svilupparono anche in Ungheria correnti di “panturchismo” o “turanismo”: alcuni ungheresi si immaginano come parte della famiglia culturale asiatica in nome di un arcaismo che metteva in discussione tutti i valori innanzitutto spirituali dell’Europa occidentale. Questa fascinazione per le origini asiatico-siberiane è parte integrante di quella ideologia professata da Dugin l’“Eurasiatismo”, l’ideologo propagandista dei sogni di potenza imperiale della Russia di Putin. È riemersa forse questa vena ideologica, insieme a considerazioni più utilitaristiche, quando Orban ha fatto un palese gioco di sponda con la Russia di Putin, pur continuando a usufruire dei generosi finanziamenti dell’Unione Europea? Eppure la razionalità storica indurrebbe a pensare che gli aspetti più validi della tradizione ungherese si riconducano non alle profondità dell’Asia, ma alla relazione con l’Europa centrale e occidentale. Pensiamo a quanto hanno costruito le dinastie degli Angiò, dei Lussemburgo, dei Jagelloni (provenienti dalla Polonia) e degli Hunyadi (di origine transilvana) che si sono succedute sul trono d’Ungheria. Con gli Angioini e con Mattia Corvino elementi di cultura umanistica-rinascimentale si diffusero in Ungheria; successivamente la Riforma protestante diede impulso all’alfabetizzazione e all’utilizzo della lingua nazionale, proponendo la centralità del Libro Sacro e della sua lettura; mentre la predicazione degli Unitariani affermò un principio inedito nell’Europa devastata dalle guerre di religioni: il principio di Tolleranza. Viceversa l’Asia profonda bussa alle porte dell’Ungheria non con il volto familiare di una comune origine, ma con la durezza della dominazione ottomana. Dopo la battaglia di Mohacs del 1526 gli Ottomani dominano direttamente il Sud dell’Ungheria, impongono tributi alla Transilvania retta da principi protestanti. Soltanto una striscia di terra ai confini occidentali rimane “europea” sotto dominazione austriaca. Un massiccio esodo di Ungheresi, contadini ma anche artigiani, si verifica in direzione Ovest, mentre molte chiese vengono trasformate in moschee o bagni termali: i celebri bagni turchi. L’Ungheria avrebbe rappresentato per le truppe del Sultano un solido avamposto verso la penetrazione nel cuore dell’Europa se questa estrema conquista occidentale non avesse incrociato l’inizio della parabola discendente dell’Impero ottomano. Sconfitti alle porte di Vienna, i Turchi dovettero abbandonare Buda nel 1686 e due anni dopo Belgrado. Il principe di origine italiana, Eugenio di Savoia, capitano delle truppe imperiali asburgiche, trionfò sui turchi nella battaglia decisiva di Zenta. Alle soglie del Settecento, il secolo dei Lumi, i Turchi erano costretti ad abbandonare la grande regione ungherese. La loro sconfitta terrestre, come già quella navale a Lepanto, fu effetto di una “unione europea” ante litteram: una coalizione di austriaci, polacchi ed anche veneziani sugellata dal genio militare del principe Eugenio, ancora adesso ricordato a Vienna come uno dei principali artefici della gloria asburgica.

La liberazione dai turchi fu per gli ungheresi un punto di arrivo e un punto di partenza… Essersi sbarazzati del dominio ottomano significa ritornare a professare apertamente la propria fede cristiana (anzi, le proprie fedi, considerando la significativa presenza di Riformati). A quel punto iniziava in Ungheria una lenta, ma progressiva scoperta della propria identità nazionale, con le conseguenti ribellioni al dominio di Vienna. Il 1848, anno della Primavera dei popoli, fu un’alba di libertà anche per l’Ungheria. Lajos Kossuth, appartenente alla piccola nobiltà, ebbe il merito di conciliare nazionalismo indipendentista con una cultura politica di tipo liberale, quando proclamò l’indipendenza ungherese dall’Austria avviando col suo governo un ambizioso programma di riforme. La corte imperiale di Vienna non riconobbe la volontà di indipendenza degli ungheresi, come non riconobbe nello stesso anno la volontà degli Italiani di emanciparsi dal legittimismo asburgico. In quel 1848 le lotte di liberazione italiana e ungherese procedettero in parallelo. Per reprimere gli Italiani l’Austria si affidò alle arti militari del vecchio maresciallo Radetzky, per sopprimere la rivolta ungherese invocò l’intervento delle truppe dell’Impero zarista. La Russia, estremo baluardo dell’ordine reazionario della Santa Alleanza, agì nel XIX secolo in senso contrario all’affermazione dell’indipendenza ungherese; nel XX secolo portò il totalitarismo comunista e la repressione di una rivolta che pure era ispirata ai valori di un socialismo dal volto umano; soltanto la sete di potere di un boiardo come Orban avrebbe potuto trasformare la Russia in un improbabile “grande fratello” dell’Ungheria all’inizio del XXI secolo… Nel 1848, dopo aver soffocato il governo autonomo di Kossuth con l’appoggio delle truppe zariste il governo asburgico aveva progettato una violenta snazionalizzazione della pianura ungherese e una germanizzazione etnica e culturale. Se questo progetto (simile in effetti alle operazioni di russificazione operate all’interno dell’Impero Zarista dai Baltici alla Crimea) non andò in porto lo si deve proprio al Risorgimento italiano. Ai tanti nostalgici nostrani della dominazione austriaca – magari interpretata alla luce della favoletta rosa dei film dell’imperatrice Sissi… – andrebbe ricordato che il famoso “federalismo” asburgico e il rispetto delle autonomie non era affatto un impulso naturale della corte di Vienna… ma fu un effetto della II Guerra di Indipendenza italiana. Dopo aver perso la penisola, in un momento di lucidità, gli uomini che attorniavano Francesco Giuseppe compresero che per non sfasciare definitivamente l’impero sotto le spinte borghesi e indipendentiste avrebbero dovuto fare concessioni liberali a Vienna e autonomistiche a Budapest. Nasceva così nel 1867 l’Impero Austro-Ungarico con il suo Parlamento e le sue autonomie. Una storia che andrebbe ricordata bene sia in Italia ai seguaci di Salvini che in Ungheria ai seguaci di Orban…


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