Il lavoro uccide per 40 euro al giorno
Un giorno esci di casa poco prima delle 7 per andare in cantiere, con l’aria di giugno che preannuncia l’arrivo dell’estate, sali su una pensilina metallica, e alle 10 la tua vita si interrompe per sempre.
Siamo nel 2023, è il 9 giugno ed Emanuele Pisano ha 34 anni; vive a San Martino Valle Caudina (poco meno di 5.000 abitanti) e lavora ad Altavilla Irpina, entrambi provincia di Avellino. Ogni mattina percorre 15 chilometri per andare nel cantiere di una piscina comunale a “faticare” – come si dice da quelle parti – per 40 euro al giorno: inizia alle 7 per finire alle 18, con in mezzo giusto un’ora di pausa pranzo. Giornate che, come racconta il fratello Martino, Emanuele mette in fila l’una dietro l’altra, lavorando come tirocinante, per provare a dare una vita migliore alla figlia di tre anni Rayssa.
È in quel cantiere che perde la vita: cade da un’altezza di tre metri, colpito da una trave mentre svita i bulloni che assicurano una pesante capriata alla struttura portante.
“Morire di lavoro è diventata la normalità, eppure ti viene strappata una persona così, all’improvviso: esce di casa e non torna più. Noi pensavamo fosse sicuro lavorare in quel cantiere. Non sapevamo con precisione di cosa si occupasse, solo che lavorava per un’azienda che aveva ricevuto l’appalto da un’altra per smantellare la piscina comunale per conto del Comune di Altavilla Irpina”. Sono queste le prime parole che Martino Pisano, fratello di Emanuele, mi dice non appena ci “incontriamo” via Google Meet, qualche sera prima di Natale. Che questo articolo esca il 15 febbraio non è un caso: per ricordarlo, su richiesta di Martino, abbiamo scelto il giorno in cui Emanuele avrebbe compiuto 37 anni. Perché quando qualcuno perde la vita mentre sta “solo” lavorando, quello che resta (come abbiamo spesso raccontato nel reportage Chi resta dei morti sul lavoro) sono le parole.
Parole cui aggrapparsi con insistenza e da pronunciare ad alta voce per far uscire il dolore dalle case. Parole per capire cosa è successo e ottenere giustizia, ma anche per trattenere i ricordi e impedire che le persone, i sogni infranti e i sacrifici vengano etichettati in modo frettoloso con un’altra parola: “incidente”. Come se non si potesse evitare.
Gli occhi di Martino si illuminano mentre descrive il fratello: “Era un ragazzo normale come tutti, cui piaceva uscire, vivere. È cambiato tanto quando ha avuto la figlia: aveva come unico obiettivo quello di farla stare bene. La bambina abitava con la nonna materna da quando la madre era andata a lavorare........
