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Dazi, le contromosse Ue: “Rispettare i patti del 15%”. Lagarde: “Pagano sempre i consumatori” /

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23.02.2026

Roma, 23 febbraio 2026 – Bruxelles alza la voce: "Un accordo è un accordo". Il passaggio politico più rilevante delle ultime ore non arriva da Washington, ma da Bruxelles. Dopo l’ennesimo scarto americano sui dazi, la Commissione Ue ha scelto una linea più netta: non solo richiesta di chiarimenti, ma un richiamo esplicito al rispetto degli impegni. Il messaggio è semplice e pesante insieme: gli accordi vanno onorati. Nella dichiarazione della Commissione, il punto centrale è che l’attuale situazione "non favorisce scambi e investimenti equi, equilibrati e reciprocamente vantaggiosi", proprio ciò che era stato indicato nella dichiarazione congiunta Ue-Usa. In altre parole, Bruxelles non parla ancora di rottura, ma fa capire che la fiducia è entrata in una zona critica.

Il nodo europeo: il 15% clausola ’più favorita’

Il cuore tecnico-politico del contenzioso è il nuovo schema tariffario, che penalizza l’Europa più di altri partner. Secondo la lettura europea, il tetto del 15% concordato in estate doveva essere onnicomprensivo, includendo anche la clausola della nazione più favorita. Se invece quel 15% dovesse essere sommato alla tariffa della nazione più favorita, di circa il 5 per cento, per molte esportazioni europee il conto salirebbe oltre la soglia prevista. È su questo punto che Bruxelles insiste: i prodotti Ue devono restare dentro il trattamento competitivo pattuito, senza aumenti ulteriori. Da qui la sensazione, sempre più diffusa nelle capitali europee, che il problema non sia solo l’entità del dazio, ma la continua mutazione della cornice negoziale. E poco contano in questo contesto le rassicurazioni americane.

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Contatti aperti, fiducia più fragile

Sul piano formale il dialogo resta in piedi. La Commissione europea ha confermato contatti stretti con l’amministrazione americana: il commissario Maroš Šefcovic ha parlato con Jamieson Greer e con il segretario al Commercio Howard Lutnick. Anche Washington, con Greer, continua a dire che gli accordi restano validi. Ma il punto non è più solo se l’accordo esista sulla carta. Il punto è se sia ancora prevedibile nella pratica. E qui l’Ue, per la prima volta da mesi, appare meno disposta a gestire tutto con flessibilità politica.

Tajani e la linea italiana

In questo quadro si inserisce la mossa italiana. Antonio Tajani ha annunciato un lungo colloquio con Šefcovic e ha ribadito la necessità di una risposta comune con la Commissione e con i partner Ue. Oggi, oltre al G7 Commercio, presiederà la task force dazi con imprese e associazioni per aggiornare il sistema produttivo italiano.

Eurocamera pronta a congelare la ratifica

La novità politica più concreta è a Strasburgo. Bernd Lange, presidente della commissione Commercio internazionale del Parlamento europeo e relatore del dossier, ha annunciato che proporrà di sospendere i lavori legislativi sull’attuazione dell’intesa Ue-Usa fino a quando non ci saranno due elementi: una valutazione giuridica chiara e impegni altrettanto chiari da parte americana. È una mossa che pesa. Non significa strappo, ma segna una svolta: il Parlamento europeo non vuole più procedere "al buio" mentre cambiano condizioni e base giuridica dell’intesa di Turnberry. La frase che riassume il clima è quella dello stesso Lange: "Nessuno riesce più a capirci qualcosa". Ed è esattamente questo, oggi, il problema politico ed economico.

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Lagarde: "Servono regole della strada"

Se Bruxelles ha usato il linguaggio diplomatico, Christine Lagarde ha scelto un’immagine molto concreta. Intervistata alla Cbs, la presidente della Bce ha spiegato che il commercio è come guidare: prima di partire bisogna conoscere le regole della strada. Senza regole chiare, gli operatori non investono, rallentano o si fermano. Il messaggio di Lagarde è doppio. Da un lato, chiede chiarezza sulle relazioni commerciali future tra Stati Uniti ed Europa; dall’altro avverte che nuovi scossoni, dopo quelli già assorbiti negli ultimi mesi, possono essere "dirompenti" per il settore. Non è solo una valutazione tecnica: è un richiamo alla responsabilità politica.

Il conto dei dazi ai consumatori

Lagarde tocca anche un punto sostanziale, spesso oscurato dalla battaglia legale e diplomatica: chi paga davvero i dazi. La presidente della Bce osserva che una parte del costo è stata assorbita da esportatori e importatori, ma solo fino a un certo limite. Quando i margini si comprimono troppo, il peso finisce sui prezzi e quindi sui consumatori, in primo luogo americani. È un passaggio importante perché sposta il dibattito dalla propaganda al mercato reale: imprese che tagliano margini, catene di fornitura che si adattano, prezzi che salgono. E infatti Lagarde insiste su un altro punto decisivo: le aziende non vogliono fare cause, vogliono fare business. Più il quadro resta opaco, più aumentano i costi invisibili dell’incertezza.


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