Orgoglio, melodia e pregiudizio: Sal Da Vinci, le ragioni del successo
Tutti pazzi per Sal Da Vinci. In Europa ancor più che in Italia. Perché, nonostante Napoli rappresenti indubbiamente una delle culle della musica italiana – non solo, come vedremo, quella neomelodica fatta di sonorità pop tambureggianti – nel nostro Paese continua a patire un pregiudizio legato a vari fattori. In primis alla forte identità partenopea, veicolata – più che mai con la musica – da un dialetto che o lo ami o lo odi. In tanti lo amano, basti pensare a O’sole mio, dal 1898 considerato in tutto il mondo al pari di un inno all’italianità. Ciò non è bastato a sopprimere il malanimo nei riguardi dei napoletani. Anzi. Questo da tempi immemori. Dal Rinascimento, per la precisione, quando da Firenze, culla dell’italiano letterario, iniziavano a far partire quella che oggi definiremmo una shitstorm piena di tutti i pregiudizi che ancora resistono coi soliti luoghi comuni di sempre che nei secoli si sono tramandati unendo, clamorosamente, letterati e bifolchi, cori da stadio (censurati con molta severità) fino ad arrivare al Festival di Sanremo.
TRADIZIONE La musica, però, storicamente, è stata anche la risposta più grande di Napoli. Non è certo un caso se proprio nella città della dea Partenope sono nati i conservatori musicali più antichi, già nel ‘500. Per dare a chi li disprezza la risposta migliore: a suon di melodie, armonie e accordi. Per capire perché la musica napoletana abbia,........
