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Referendum, un crescendo che prefigura un conflitto istituzionale

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18.02.2026

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Referendum, un crescendo che prefigura un conflitto istituzionale

Definire «paramafioso» il Csm, come ha fatto Nordio, significa non voler vedere, o fingere di non ricordare, che a presiederlo è il capo dello Stato

Il fatto che il vicepremier Matteo Salvini, leader della Lega, inviti a «evitare aggettivi, attacchi e insulti » e a «parlare del merito» è estremamente significativo. E va sottolineato positivamente. Anche perché Salvini, spesso additato per le sue intemperanze verbali, parla sia al procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, che al ministro della Giustizia, Carlo Nordio. È il segno di una preoccupazione diffusa nello stesso governo, per toni che stanno crescendo in modo inaccettabile nella campagna referendaria sulla riforma della giustizia.

È possibile che l’iniziativa salviniana rifletta il nervosismo di un esecutivo che comincia a temere la rimonta dei sostenitori del «no». D’altronde, lo stesso vicepremier accompagna questa richiesta alla moderazione con il «placet» alla controversa richiesta arrivata dal Guardasigilli a rivelare le fonti di finanziamento dei comitati per il «no» da parte di singoli magistrati. Il tema, tuttavia, va oltre le tensioni crescenti di questi giorni. E fa emergere soprattutto il timore che, per la debolezza dei partiti, lo scontro si sposti sul piano istituzionale.

Tutti invitano a parlare del merito della consultazione: separazione delle carriere e in particolare i due Csm «sorteggiati». E si comincia a far presente che l’astensione non farebbe fallire il referendum, perché vincerà la minoranza che otterrà un voto in più, anche se dovesse essere sotto il cinquanta per cento. Questo significa che a gran parte dell’opinione pubblica la materia risulta ostica, nei quesiti proposti, se non sconosciuta. Ma il tema è che la scadenza si sta radicalizzando quasi per inerzia. E rischia di mettere in rotta di collisione non governo e magistratura, come appare sempre più evidente, ma tutte le istituzioni. Definire «paramafioso» il Csm, come ha fatto Nordio, significa non voler vedere, o fingere di non ricordare, che a presiederlo è il capo dello Stato. E questo prefigura tensioni con il Quirinale che certamente Palazzo Chigi non può augurarsi. E, per quanto riguarda Gratteri, sostenere che il «sì» potrebbe essere il rifugio di malviventi, provoca una frattura altrettanto difficile da ricucire, chiunque prevalga il 22 e 23 marzo.

Il tema è proprio questo: il dopo referendum. Bisogna chiedersi se sarà possibile ricostruire un dialogo tra governo e magistratura, sul cumulo di macerie istituzionali che la campagna per «sì» e «no» sta creando. La prospettiva di una gara a colpi di forzature come prolungamento di quanto si sta vedendo in queste settimane è un presagio di conflitti e di immobilismo, non di soluzione dei problemi. E, sullo sfondo, rimane l’incognita di un’astensione che promette di delegittimare qualsiasi risultato. Ma sarà difficile darne la colpa all’elettorato.

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