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Referendum sulla Giustizia, una campagna inquinata da estremismi e autogol

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23.02.2026

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Referendum sulla Giustizia, una campagna inquinata da estremismi e autogol

Tra i partiti pesano l’eccesso di polemiche e di accuse il fronte del Sì e quello del No. L’incognita della partecipazione sarà il vero spartiacque

Si sta verificando una strana inversione delle parti. Fino a poche settimane fa, il fronte del Sì referendario era sicuro di vincere, e lo proclamava con una sicurezza al limite della sicumera. Da qualche giorno sta accadendo l’opposto. È lo schieramento del No alla riforma della Giustizia a dirsi certo di prevalere nella consultazione del 22 e 23 marzo. Sondaggi alla mano, si vede già proiettato verso la vittoria. E il nervosismo palese delle forze di governo contribuisce a questa sensazione, insieme con qualche sbavatura. In realtà, è una campagna referendaria segnata dagli autogol. Al fondo, ristagna l’incognita della partecipazione che sarà il vero spartiacque. E dunque nessuno può sapere che cosa accadrà di qui al voto. 

La domanda senza risposta è quanto peserà sulla mobilitazione l’eccesso di polemiche e di accuse che Sì e No dimostrano. Ormai è chiaro che nelle prossime settimane i partiti fingeranno di occuparsi del merito dei quesiti, peraltro complicati, quasi astrusi per gran parte dell’opinione pubblica. Ma lo scontro diventerà sempre più politico. Con una conseguenza già evidente, e tutt’altro che positiva: questa campagna lascerà dietro di sé un’Italia spaccata su una legge costituzionale. Forse con una metà disinteressata o comunque incline a tenersi a distanza da uno scontro che ritiene inquinato dalla strumentalità delle posizioni; e con le macerie di rapporti ai minimi storici tra sistema politico e potere giudiziario, comunque vada a finire. Il guaio è che era largamente prevedibile. 

La logica referendaria estremizza le posizioni su entrambi i fronti. Dà spazio e voce alle frange più radicali. «Costringe» a semplificare, polarizzare, perché l’unico modo col quale si ritiene di prevalere non è valorizzare il merito delle questioni ma mobilitare le tifoserie. A guardare bene, è la replica di quanto tende ormai a succedere con le elezioni: solo più virulenta. E quando arrivano gli inviti alla moderazione, a considerare i contraccolpi sulle istituzioni, il riflesso immediato è di assentire. 

Ma, come si è visto dopo l’intervento del capo dello Stato Sergio Mattarella al Csm, l’autocontrollo dura poco. Quasi per inerzia, si è risucchiati di nuovo nella spirale delle tensioni. E la giustificazione è quella di accusare gli avversari. Sarebbero «gli altri» a provocare una reazione sopra le righe; in una parola, a strumentalizzare. È un modo per picconare di fatto il dialogo anche dopo il 23 marzo. Ancora lunedì, si è assistito allo spettacolo stucchevole dei due schieramenti che scommettono sulla sconfitta altrui. Nessuno sembra contemplare l’ipotesi di uscirne ammaccato. Eppure è la prospettiva più probabile, per entrambi.

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