L’astensione al referendum come alibi di chi perderà la sfida
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L’astensione al referendum come alibi di chi perderà la sfida
Quando esponenti di primo piano della destra insistono sull’esigenza di «spiegare i contenuti», tradiscono la sensazione di un vuoto non solo di informazione ma di interesse dell’opinione pubblica
Giovanni Bachelet e Carlo Nordio
L’unica certezza, per ora, è che qualunque sia il risultato del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo, il governo di Giorgia Meloni non cadrà. E non solo perché lo ha già anticipato la premier. Sebbene sia l’unica riforma sulla quale la maggioranza ha puntato, accantonando premierato e autonomia regionale, intanto non è quella in cima alla lista di Palazzo Chigi e Fratelli d’Italia. A volerla dall’inizio è stata soprattutto Forza Italia, che non smette di intestarsela nel segno di Silvio Berlusconi, evocando magistrati «politicizzati» e «giustizia giusta».
Non solo. Se, come si teme, l’astensionismo non permettesse di raggiungere il 50% di partecipazione, il risultato sarà valido comunque. Ma il non voto diventerà l’alibi perfetto per i perdenti. Se prevarranno i Sì alla riforma governativa, lo schieramento del No potrà dire che la coalizione meloniana non ha voluto dare più tempo per la rimonta; e che Palazzo Chigi ha mobilitato tv e giornali «amici» per impedire agli avversari di spiegare le proprie ragioni, favorendo la diserzione dalle urne. Se vincerà il No, il governo additerà la strumentalizzazione. E si farà scudo della scarsa partecipazione e della difficoltà di spiegare i quesiti referendari per indebolire il valore del risultato negativo e dunque dei contraccolpi sulla premier.
La cautela dell’esecutivo non riflette solo la sensazione, accreditata dai sondaggi, che il No sta recuperando. Il proposito è di non offrire a Pd e M5S, oltre che ai magistrati ostili alla riforma, la possibilità di esultare troppo; e di evitare che il referendum venga trasformato automaticamente in un giudizio sul governo. Non sarà facile. Quando esponenti di primo piano della destra insistono sull’esigenza di «spiegare i contenuti», tradiscono la sensazione di un vuoto non solo di informazione ma di interesse dell’opinione pubblica. Idem quando invitano gli avversari a non utilizzare separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e doppio Csm per attaccare l’esecutivo.
È come se ci si rendesse conto che il Parlamento sta scaricando sull’elettorato materia incandescente ma lontana, in apparenza, da un sentire diffuso. L’approccio del No è opposto. Le opposizioni martellano sulle conseguenze politiche e di sistema che il Sì avrebbe. E puntano a un’affermazione che, nella loro ottica, non può non logorare la premier. Ma se il rischio dell’astensionismo è davvero così alto, più che pensare a come usarlo strumentalmente dovrebbe indurre tutti i partiti, e non solo, a indagarne le ragioni. Il contorno di polemiche e insulti reciproci smentisce questa consapevolezza. Eppure il non voto è un virus trasversale e
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