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Nicola Gratteri: «I toni vanno abbassati Ma è un’esigenza che non riguarda soltanto i magistrati»

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Il Procuratore capo di Napoli: «Non esiste alcun partito delle toghe, i cittadini hanno voluto informarsi e scegliere in autonomia, al di là delle previsioni iniziali. Non ho festeggiato? Non lo faccio nemmeno al mio compleanno»

Procuratore, lei si era definito l’ultimo dei samurai e i sondaggi davano il No in netto svantaggio nei mesi scorsi. A mente fredda, qual è il suo giudizio sull’esito del voto referendario? Si aspettava un risultato del genere?«Lo speravo — esordisce Nicola Gratteri intervistato dal Corriere — ma quando ho cominciato a parlare di questo referendum, il No era sotto del 25%. Poi, con il passare delle settimane, ho percepito un cambiamento nel clima del Paese: una crescente attenzione ai contenuti e una maggiore consapevolezza sui rischi della riforma. A mente fredda, il risultato dimostra che i cittadini hanno voluto informarsi e scegliere in autonomia, al di là delle previsioni iniziali. È stato un segnale importante di partecipazione e di difesa dei principi costituzionali».

Nordio stamattina ha detto che si tratta di una vittoria dell’Anm. È d’accordo?«Il ministro può dire quello che vuole; non commento le sue affermazioni. Non credo però che si possa ridurre l’esito del referendum alla vittoria di una singola categoria: è stata una scelta dei cittadini, che hanno espresso liberamente il loro orientamento su un tema che riguarda l’intero Paese. Mi viene in mente un vecchio adagio che ricorda che solo le sconfitte sono orfane».Circa il 30% di consenso si è spostato dal Sì al No. Qualcuno ha detto che è merito (o colpa) del partito dei magistrati. Pensa sia così? Oppure c’è altro dietro il cambio di opinione in così pochi mesi?«Non c’è nessun partito dei magistrati. I magistrati hanno fatto la loro parte, ma il cambiamento di opinione è venuto soprattutto dai cittadini, che nel tempo hanno avuto modo di informarsi meglio e di comprendere i contenuti e le possibili conseguenze della riforma. Quando il dibattito entra nel merito e le persone si formano un giudizio consapevole, possono anche cambiare idea: è questo, alla fine, il segno più autentico di una democrazia che funziona».

Spesso in queste settimane si è parlato di abbassare i toni dello scontro, ma lei si è spesso trovato al centro di polemiche. Sta ancora valutando se querelare chi l’ha tirata in ballo?«Sto facendo le mie valutazioni con serenità. Non ho mai avuto l’abitudine di reagire d’impulso, e credo che anche in questo caso sia giusto mantenere equilibrio. La priorità per me resta il lavoro e il rispetto del ruolo che ricopro; poi, se necessario, ogni decisione verrà presa nelle sedi opportune».

Su “Bella ciao” e sui cori di alcuni magistrati napoletani contro Meloni, Palamara e Imparato vuole dire qualcosa?«Non commento».

Lei ha deciso di continuare a lavorare, mentre gli altri magistrati a Napoli festeggiavano. Qual è il motivo?«Non festeggio neanche il mio compleanno».

Farà un invito ai magistrati del suo ufficio ad abbassare definitivamente i toni?«Tutti dobbiamo abbassare i toni. È un’esigenza che riguarda non solo i magistrati, ma l’intero dibattito pubblico. Anche nel mio ufficio continuerò a richiamare tutti a equilibrio, misura e rispetto, perché la credibilità delle istituzioni passa anche dal modo in cui ci si confronta».

Con lo stop alla riforma cambierà qualcosa?«No. Il nostro lavoro non cambia: continueremo a svolgerlo con lo stesso impegno, nel rispetto della legge e dei principi costituzionali. I problemi della giustizia restano e vanno affrontati con interventi concreti e condivisi, al di là dell’esito del referendum».

E soprattutto, ieri diceva che ora si attende riforme serie. In cosa va riformata la giustizia?«Servono riforme serie e concrete. La priorità è ridurre i tempi dei processi, perché una giustizia lenta non è giustizia. Occorre poi rafforzare gli organici, investire nella digitalizzazione, migliorare l’organizzazione degli uffici giudiziari e ripensare seriamente alla geografia giudiziaria tagliando uffici piccoli e inefficienti, rafforzando quelli in sofferenza. Bisogna intervenire sulle procedure per renderle più semplici, per consentire al magistrato di analizzare gli atti con la dovuta ponderazione e accuratezza, senza comprimere i diritti, e garantire risorse adeguate per far funzionare davvero il sistema. In sintesi, meno interventi ideologici e più soluzioni pratiche, costruite con il contributo di tutti».Ha qualcosa da dire al Ministro Nordio?«Non ho nulla di personale da dire. Mi auguro però che si possa aprire una fase di confronto serio e costruttivo, nell’interesse della giustizia e del Paese, nel rispetto dei ruoli e dei principi costituzionali».

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