Barry Lyndon: il Settecento rovesciato di Stanley Kubrick al Giunti Odeon
Una scena iconica del film
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Firenze, 7 aprile 2026 - "Fu durante il regno di Giorgio III che i suddetti personaggi vissero e disputarono. Buoni o cattivi, belli o brutti, ricchi o poveri, ora sono tutti uguali". Forse è meglio partire dal fondo per provare a capire la genesi di un capolavoro: reduce dalla distopia violenta di "Arancia meccanica", Stanley Kubrick stava lavorando al biopic su Napoleone Bonaparte - con Jack Nicholson nel ruolo di protagonista - quando il flop di "Waterloo" del russo Sergej Bondarcuk lo spinse verso un'altra direzione; pur di non abbandonare l'idea di realizzare un film storico, decise di adattare il romanzo picaresco William Makepeace Thackeray "Le memorie di Barry Lyndon", pubblicato nel 1844.
Costato undici milioni di dollari per trecento giorni di riprese tra Regno Unito, Irlanda e Germania Ovest, il film non ebbe successo al botteghino, ma venne comunque consacrato con quattro Oscar - fotografia, scenografia, costumi e colonna sonora - segnalando il valore artistico dell'opera: ambientato a metà del XVIII secolo, è la storia del giovane irlandese Redmond Barry (Ryan O'Neal), nato da madre vedova in un piccolo villaggio, e arruolatosi nell'esercito di Sua Maestà dopo aver sedotto vanamente la cugina Nora, promessa in sposa al ricco capitano Quin.
Spedito in prima linea nella Guerra dei Sette anni, diserta fingendosi un ufficiale prussiano, ma viene presto scoperto dal capitano Potzdorf, che lo obbliga a combattere al loro fianco: dopo avergli salvato la vita in battaglia, viene ricompensato con l'incarico di controllare lo Chevalier de Balibari (Patrick Magee), un raffinato giocatore d'azzardo francese sospettato di essere una spia irlandese per conto degli austriaci. Redmond si innamora di sua moglie Lady Lyndon (Marisa Berenson), e dopo la morte di lui si sposano e hanno un figlio, il piccolo Bryan: ma il fascino libertino della vita di corte, l'ostilità del figliastro maggiore Lord Bullington (Leon Vitali) e il tragico destino lo riporteranno al punto di partenza.
Sin dalle premesse formali, Kubrick non racconta il Settecento, ma la sua immagine storicamente tramandata: dietro la perfezione estetica dei paesaggi di John Constable, Thomas Gainsborough, William Hogarth, Joshua Reynolds e Antoine Watteau - incorniciati dalla luce calda e naturale degli obiettivi Zeiss prodotti dalla NASA e le melodie di Vivaldi, Bach, Handel, Paisiello, Mozart e Schubert - non c'è mimesis e citazionismo, ma la volontà di esplorare con occhio clinico e distaccato il lato oscuro del "secolo dei lumi"; così, il voice over onnisciente che scandisce la narrazione - divisa in due parti - accompagna i morbidi zoom e i carrelli simmetrici della macchina da presa svelando i trucchi e gli inganni, la violenza dei rapporti di classe e l'illusione illuminista delle magnifiche sorti e progressive, sottomesse all'imperscrutabile fatalità del caso. Liberté, Egalité, Fraternitè esistono paradossalmente nel (non) luogo della loro negazione: perché solo la morte annulla ogni differenza.
Stasera (ore 21) "Barry Lyndon" torna in sala al Giunti Odeon restaurato in 4k e in lingua originale con sottotitoli in italiano.
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