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"I Pugni in tasca": paura e delirio sugli Appennini piacentini. Appuntamento al cinema

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30.03.2026

Lou Castel e Paola Pitagora in una scena del film

Firenze, 30 marzo 2026 – Libero di distruggere. Disturbante e provocatorio, diabolico e spiacevole, anarchico e anticonformista: si è detto e scritto di tutto sullo sconvolgente debutto dell'allora ventiseienne Marco Bellocchio dietro la macchina da presa; a distanza di sessant'anni, "I Pugni in tasca" restano un grido strozzato, più impotente che liberatorio, più autodistruttivo che rivoluzionario, nonostante molti critici vi intravedono ancora oggi i primi vagiti del Sessantotto. 

Il film, inserito tra le cento pellicole da salvare del cinema italiano ma rifiutato all'epoca dal Festival di Venezia e dalla grande distribuzione, torna dal 29 marzo al 5 aprile al Cinema La Compagnia nella versione integrale restaurata in 4k, riportando in sala la sua violenta combinazione di audacia espressiva, profondità psicologica e critica sociale: ambientato a Bobbio, sui colli piacentini, è la storia di Sandro - l'indimenticabile Lou Castel, anche se il ruolo doveva essere affidato al recalcitrante Gianni Morandi - un giovane paranoico che vive nella casa di famiglia con la madre invalida, una sorella e due fratelli: Giulia, epilettica come lui e invidiosa del maggiore Augusto, l'unico con un lavoro e un progetto di vita, e Leone, il più piccolo, minus habens costantemente deriso dagli altri. 

Chiuso in un'esistenza inquieta ma priva di prospettive, il protagonista sviluppa un piano estremo per liberare il fratello più grande - alter ego di quello che sarebbe voluto diventare senza riuscirci - dai "pesi morti" della famiglia: in un crescendo rossiniano di crudeltà e follia, elimina la madre, gettandola da un dirupo, e poi Leone, affogato nella vasca da bagno. Trasformando lo spazio domestico in una prigione claustrofobica carica di violenze e tensioni represse, Bellocchio rovescia l'immagine tradizionale della famiglia, punteggiando il suo racconto febbrile e agghiacciante con primi piani ravvicinati, inquadrature serrate e lunghi silenzi, spezzati da gesti nevrotici e battute essenziali. 

Il restauro rende onore alla fotografia espressionista di Alberto Marrama, ricca di contrasti e chiaroscuri, e alla colonna sonora sperimentale di Ennio Morricone, che contribuisce ad alimentare l'atmosfera inquietante e grottesca, sottolineando le fragilità emotive e i momenti di crisi dei personaggi. Il risultato è una radiografia della società priva di filtri, dove la freddezza stilistica suggerisce uno sguardo clinico e distaccato, lucido ma non consolatorio. Pugni in tasca, insomma. 

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© La Nazione