Salute mentale, emergenza bambini: "Via ai reparti speciali per i giovani"
Gli aumenti più signoficativi si hanno nella fascia 14-17 in cui si è passati da 5.072 accessi nel 2010 a 14.794 accessi nel 2024 e dei maggiorenni (da 631 a 4.487 nello stesso periodo)
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Bologna, 9 marzo 2026 – I bisogni di salute mentale tra bambini e adolescenti sono in crescita. A certificarlo sono i dati della Regione Emilia-Romagna, dove gli accessi ai servizi di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza sono aumentati del 73,3% in quindici anni, passando dai 38.031 assistiti del 2010 ai 66.108 del 2024. Per questo, salute mentale e adolescenza sono state al centro del convegno "Esperienze di salute mentale in Emilia-Romagna", promosso da Confcooperative Federsolidarietà.
L’assessore regionale alle Politiche per la salute, Massimo Fabi ha sottolineato: "La Regione sta portando avanti un lavoro trasversale con reparti nelle strutture sanitarie dedicate ai ragazzi, che siamo tra i primi a realizzare in Italia, e il nuovo piano delle dipendenze a cui stiamo lavorando in questi mesi. Sono sfide difficili, ma che abbiamo la responsabilità di affrontare con il contributo di tutti, anche del mondo delle imprese e delle cooperative, che da sempre rappresentano sentinelle importanti nei territori".
Salute mentale, i numeri che fotografano la situazione in Emilia-Romagna
L’aumento degli accessi è consistente in tutte le fasce d’età giovanili ad eccezione di quella 0-2, in calo probabilmente anche a causa della riduzione della natalità. Gli aumenti più significativi si hanno nella fascia 14-17 in cui si è passati da 5.072 accessi nel 2010 a 14.794 accessi nel 2024 e dei maggiorenni (da 631 a 4.487 nello stesso periodo). Il maggior numero di accessi, invece, si ha dai 6 ai 10 anni: nel 2024 sono stati 22.353 contro 14.904 nel 2010.
Confcooperative: "Serve snellimento burocratico"
Per rispondere a questi bisogni, secondo il presidente di Confcooperative Federsolidarietà Antonio Buzzi, serve uno snellimento burocratico. "Come cooperazione sociale – ha spiegato – portiamo avanti un modello a rete che non si limita alla cura, ma accompagna le persone lungo tutto il loro progetto di vita. Per rendere davvero efficaci questi percorsi è però fondamentale disporre di maggiore flessibilità, evitando rigidità normative e amministrative che rischiano di ostacolare l’innovazione e la personalizzazione degli interventi".
Le diagnosi tra gli adolescenti dai disturbi d’ansia all’autismo
L’incremento delle diagnosi tra gli adolescenti, infatti, vede una crescita marcata dei disturbi d’ansia, dei disturbi del comportamento alimentare, dell’ADHD e dei disturbi dello spettro autistico. Un fenomeno che pone interrogativi rilevanti sulla capacità del sistema di garantire continuità della cura nel passaggio all’età adulta e di sviluppare risposte integrate e tempestive. Dal 2019 al 2024, le diagnosi di disturbi dello spettro autistico sono aumentate del 78,1% (da 4.235 nel 2019 a 7.543 accessi nel 2024) e i disturbi del comportamento alimentare sono cresciuti del 94,6% (da 446 pre pandemia a 868 nel 2024).
Le responsabilità di una società frammentata
Secondo Stefano Rambelli, responsabile dell’area salute mentale del Consorzio Solco, la questione va guardata da una prospettiva di frammentazione della comunità. "Negli ultimi anni – spiega – si sta riducendo sempre di più quella rete di aiuto naturale volta a supportare le famiglie nel rapporto con gli adolescenti come società sportive, attività come gli scout e le parrocchie. Noi, come cooperazione, assistiamo a questa frammentazione e cerchiamo di invertire la tendenza: crediamo nella comunità e cerchiamo di tenere insieme le persone. In una società frammentata, si può cercare la soluzione individuale, accedendo ai servizi individuali di diagnosi e cura. Stando insieme, lavorando in rete, invece, si cerca di creare attorno agli adolescenti una rete di servizi e soluzioni cooperative: centri di aggregazione, doposcuola, sportelli di ascolto. Il tentativo è quello di fare in modo che questi servizi di comunità non siano solo per la persona in difficoltà, ma per una comunità di cui quella persona in difficoltà fa parte a tutti gli effetti, senza sentirsi un intruso. Il modello cooperativo sia come organizzazione sia come modello relazionale è una risposta a questa frammentazione".
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