Il negozio di Anna, emporio totale dal 1954. “Avevamo la licenza anche per armi e sigarette”
Anna Cortesi con due sacchi di cappelletti: “Il nostro piatto forte, tutti ci conoscono per questi” (Foto Giampiero Corelli)
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Ravenna, 6 aprile 2026 – La lavagna nera con la scritta in gesso ’Anna propone’ indica i piatti del giorno, una ventina. Dalla “paiella” alle pappardelle con ragù di cinghiale, dalla pasta e fagioli al risotto; non possono mancare i mitici cappelletti. Alle porte di Ravenna, al 138 di via Sant’Alberto, accanto alla ferrovia, dopo il sottopassaggio del quartiere San Giuseppe e a pochi passi dall’Agrario, c’è un luogo che sembra fermo nel tempo, l’Alimentari Anna Cortesi. Attenzione, però, del passato qui c’è solo l’impressione: di ’capriole’ Anna Cortesi, 85 anni, ne ha dovute fare molte per fronteggiare i cambiamenti della società tra grande distribuzione, coronavirus e modifiche della viabilità.
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Aperto dal 1954, da bottega di campagna con licenza per vendere di tutto – dalle armi, all’aspirina, alle sigarette – è diventato un alimentari con cucina e pranzi; poi, con il Covid, ha raggiunto la popolarità. Qui, nella primavera del 2020, si trovavano i prodotti spariti da tutti i supermercati: lievito madre, farina, gel disinfettante e mascherine. Ormai conosciutissima, oggi, Anna Cortesi, insieme alla nipote Vanessa – “il mio capo” – serve il pranzo a lavoratori da tutte le parti della città, studenti e clienti affezionati. Il tutto anche grazie a una forte presenza sui social network.
Cortesi, com’è nato questo alimentari?
“I miei lavoravano in campagna in un’azienda agricola ai Tre Ponti, io sono nata lì. La nostra casa è stata la prima del quartiere San Giuseppe: non avevamo né luce né acqua né gas. Come tutti qui, l’acqua andavamo a prenderla alla fontana e le bombole a Porta Serrata. Dopo un po’, al piano terra abbiamo fatto l’alimentari. Ufficialmente, ha aperto mia mamma, ma dentro ci ho sempre lavorato io. Vendevo tutto sfuso, a etti: conserva, olio, tonno. Andavamo a comprare le forme intere e ne vendevamo tantissima. Ma avevo la licenza per qualunque cosa, anche le sigarette e le armi. Via Sant’Alberto all’epoca era la strada che si faceva dalla campagna Nord per arrivare in città, era una via di passaggio e si poteva attraversare la ferrovia. Allora passava perlopiù gente in bicicletta, cavalli, solo qualche auto...”.
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Com’è cambiato il mondo da allora?
“Completamente. Per me il momento più difficile è stato quando hanno eliminato il passaggio livello e chiuso la ferrovia nei primi anni ’80. La mia bottega è l’ultima casa prima dei binari e oggi di qui non si va più da nessuna parte. Nessuno oggi passa di qui per andare a Ravenna. Le persone vengono perché ci conoscono. In quel momento, però, avevamo paura di fallire. Così avevo aperto anche un negozietto di oreficeria a Marina Romea, ma non mi piaceva stare lì. A me piace far da mangiare, sporcarmi le mani... E poi non volevo lasciare la casa, con i miei genitori che stavano male. Così, per far andare la bottega, ho dovuto reinventarmi. E ho iniziato a cucinare”.
Poi, sono arrivati i supermercati...
“Già. L’ultimo lo hanno costruito proprio a pochi metri da qui un paio di anni fa. Chi abita qui adesso può andare a fare la spesa in bicicletta al discount. Da me, ormai, vengono perlopiù per mangiare o per comprare la pasta fresca, i dolci o il prosciutto. Io sono stata la prima ad aprire qui, ma poi sono arrivati anche altri: c’erano tre alimentari a un certo punto. Oggi sono rimasta da sola”.
Il periodo Covid com’è stato?
“A dire la verità, non abbiamo mai lavorato così tanto come in quei giorni. In quanto alimentari, non ci siamo mai fermati. Mentre i supermercati avevano gli scaffali vuoti, si è iniziata a spargere la voce di questo alimentari ai margini della città dove si trovava ancora il lievito, la farina, ma anche il gel per le mani e i guanti, quello che tutti cercavano nella primavera del 2020. Poi, mia nipote ha avuto l’idea di mettere fuori la lavagna. E così, chi passava, si infilava dentro e comprava. Abbiamo avuro un vero e proprio boom. È lì che hanno iniziato a conoscerci in tutta la città”.
Qual è il piatto forte?
“Sicuramente siamo conosciuti per i cappelletti sia mangiati al momento sia ordinati al chilo”.
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Oggi chi frequenta questa bottega storica?
“Abbiamo clienti storici, ma in pausa pranzo vengono lavoratori da tutta la città, avvocati, operai, qualche studente, di tutto. Facciamo 60 coperti ogni giorno, a volte più a volte meno”.
Che cosa le piace di questo lavoro?
“Amo cucinare. Non è stato semplice, ma questa è casa mia e non la cambierei per niente al mondo. Per me questo negozio è tutto. La domenica mattina, quando siamo chiusi, mi sveglio lavo, faccio le faccende... E poi al pomeriggio mi annoio. Non sono stanca e non penso a niente, anche se ho male fisicamente, non lo sento quando sono qui”.
La soddisfazione più grande?
“Vedere le persone che ritornano, che ringraziano e che ti dicono che hanno mangiato bene”.
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