Infarto fatale alla cardiopatica, il medico che la dimise 10 ore prima pagherà 86mila euro all’ospedale di Magenta
Infarto fatale per una cardiopatica Il medico che la dimise 10 ore prima pagherà 86mila euro all’ospedale
Per approfondire:
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Che era stata eseguita il 6 luglio 2020 con “posizionamento di tre stent” per riaprire l’arteria discendente anteriore, occlusa per una “ristenosi” (formazione di tessuto cicatriziale) all’interno di un primo stent che era stato impiantato nella coronaria a marzo del 2019, quando la paziente aveva avuto un primo infarto.
Nuovi sintomi
Alle 23.37 del 17 luglio, la donna si ripresenta al pronto soccorso dello stesso ospedale, lamentando nausea, ipertensione e un dolore toracico accusato in mattinata e risoltosi spontaneamente. Alle 0.50 entra in sala visita: “Giunge per malessere stasera dopo essersi svegliata, episodio di vomito alimentare (cena a Mc Donald’s). Attualmente remissione della sintomatologia. Stamane picco pressorio con normalizzazione dopo Xanax (un ansiolitico a base di benzodiazepine, ndr) e amlodipina (un farmaco per l’ipertensione arteriosa, ndr)”, l’anamnesi. La paziente viene dimessa con una diagnosi di “vomito solo”. Terapia: una compressa di Xanax la sera e abbondante idratazione per via orale".
Il decesso
La mattina dopo, alle 9.27, arriva l’ambulanza a casa della donna, che ha avuto un malore ed è caduta procurandosi un trauma cranico. Durante il trasporto va in arresto cardiocircolatorio: manovre di rianimazione, defibrillatore e quattro fiale di adrenalina non basteranno a salvarle la vita.
Il decesso viene dichiarato alle 10.50. L’autopsia confermerà “un esteso infarto miocardico acuto in fase di organizzazione, la cui insorgenza era retrodatabile a “non meno di 24 ore” prima della morte”.
I mancati accertamenti
In altre parole, il terzo infarto, che alla cinquantasettenne è stato fatale, “era già in corso nel momento in cui la paziente si trovava in pronto soccorso”. E questo fa prospettare all’avvocato Andrea Fabio Scaccabarozzi, che assiste il marito, il figlio e il fratello della donna, “un gravissimo caso di negligenza e imperizia diagnostica”: sarebbe bastato un “banale Ecg (elettrocardiogramma)” e il prelievo degli enzimi cardiaci a diagnosticare in tempo l’infarto, garantendo “ottime probabilità di sopravvivenza grazie a una rivascolarizzazione d’urgenza”.
Il 31 marzo 2022, i familiari trasmettono all’Asst Ovest Milanese (che comprende pure Il Fornaroli) una richiesta di risarcimento, imputando “la responsabilità della struttura sanitaria per il decesso della compianta congiunta all’omessa esecuzione di esami diagnostici all’accesso in pronto soccorso nella tarda serata del 17 luglio 2021 da parte del medico di turno”.
Prove schiaccianti
Il 20 aprile 2023, sulla base di due relazioni stilate da un cardiologo e da un esperto della compagnia assicuratrice, la struttura medico legale dell’Asst dà il placet a una transazione stragiudiziale, ritenendo “pressoché nulle le possibilità di difesa della vicenda, stanti le gravi carenze diagnostiche emerse nell’accesso al pronto soccorso del 17 luglio 2021, epoca in cui l’anamnesi del soggetto (cardiopatica in esiti di pregressi infarti) e sintomi riferiti (dolore toracico nella mattinata dell’accesso) non potevano né avrebbero dovuto indurre il medico di pronto soccorso a non effettuare nemmeno un Ecg di controllo e/o esami ematochimici specifici per confermare/escludere la presenza di una sofferenza miocardica su base ischemica in corso. Totalmente disattese le comuni linee guida previste in simili casi”. Il 22 marzo 2024 arriva il definitivo via libera all’accordo con la famiglia, a cui vengono versati 245.376 euro.
La condanna del medico
Ora si scopre che sei mesi dopo, il 30 settembre 2024, l’Asst ha segnalato l’accaduto alla Procura della Corte dei Conti per ottenere a sua volta il risarcimento dalla dottoressa F.C., che quella sera visitò la cinquantasettenne. I magistrati hanno chiesto un parere tecnico a uno specialista in Cardiologia e Cardiochirurgia: per il perito, il comportamento del medico è stato “gravemente carente sia dal punto di vista anamnestico che clinico, strumentale, di laboratorio, e infine di diagnosi finale”. Un verdetto senz’appello. La diretta interessata, difesa dai legali Gian Carlo Soave e Roberto Grittini, pur rimarcando “la correttezza della propria condotta”, ha chiesto di accedere alla definizione abbreviata del giudizio di responsabilità, pagando 85.882 euro. Vale a dire il 35% della cifra pagata dall’azienda sanitaria. Dopo l’ok di Procura e giudici, che hanno ritenuto la somma offerta “non meramente simbolica” bensì “un serio per quanto ristoro”, i soldi sono stati bonificati in unica tranche lo scorso 29 gennaio.
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