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Il triangolo del Golfo: perché Trump punta su Pechino per disinnescare Teheran

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La rottura delle trattative tra Washington e Teheran non è il frutto di un improvviso capriccio, ma il risultato inevitabile di due visioni del mondo totalmente opposte e apparentemente inconciliabili. L’Iran si trova in una posizione disperata e cerca ossigeno per la sua economia ormai asfissiata, chiedendo come condizione minima la fine del blocco navale e la rimozione delle sanzioni più dure. Tuttavia, la delegazione di Teheran non è disposta a mettere sul tavolo l’unica concessione che l’America pretende: la rinuncia definitiva al programma nucleare. Per il regime iraniano, l’atomo è considerato una vera e propria “assicurazione sulla vita”, l’unico deterrente in grado di garantire la sopravvivenza del sistema di potere attuale. In un Medio Oriente dove la disparità delle forze è percepita come una minaccia esistenziale e dove altri attori regionali e globali già godono della protezione nucleare, Teheran vede nella ricerca della parità strategica l’unica via per non soccombere. Dall’altra parte, l’amministrazione Trump dimostra di non voler accettare alcun compromesso al ribasso, temendo che un Iran nucleare inneschi una corsa al riarmo fuori controllo in tutta la regione.

​Davanti a questo stallo, occorre però una riflessione che superi la cronaca immediata e assuma un’ottica di giustizia internazionale più profonda. La pretesa che un singolo Stato rinunci alle proprie ambizioni difensive appare monca se non viene inserita in un contesto di disarmo globale. Se l’obiettivo è davvero la pace, la richiesta di smantellare gli arsenali atomici non dovrebbe essere un diktat rivolto esclusivamente a Teheran, ma un impegno collettivo che coinvolga tutte le potenze nucleari, nessuna esclusa. Si tornerebbe così allo........

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