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Le carte di Teheran: “Pasdaran sottovalutati. Sfruttano la geografia”

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Una copia del quotidiano iraniano Hamshahri, con una immagine che raffigura il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf (a sinistra) con il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance. Il titolo recita: "Abbiamo vinto i negoziati"

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Roma, 20 aprile 2026 – L’Iran non ha vinto, ma sta resistendo ed è in una posizione di vantaggio. Il tutto grazie alla sottovalutazione americana della sua forza e alla capacità di sfruttare geografia, missili e pressione sulle rotte strategiche.

Maria Luisa Fantappiè è responsabile del programma ‘Mediterraneo, Medioriente e Africa’ dello IAI e ha spiegato quali potrebbero essere le prossime mosse di Teheran.

Fantappiè, l’Iran oggi sembra in una posizione di forza. Da cosa deriva?

“C’è stata innanzitutto una sottovalutazione militare da parte americana: in particolare delle capacità iraniane nel campo dei droni e dei missili, ma anche della rapidità nel ripristinare le piattaforme di lancio colpite. A questo si è aggiunto un errore diciamo politico: si pensava che il regime fosse vicino al collasso, anche alla luce delle proteste interne. Questo non si è verificato. Il fatto stesso che il sistema degli ayatollah sia ancora in piedi rappresenta già un elemento di forza: l’Iran ha dimostrato resilienza”.

Quindi più che un vantaggio pieno, è meglio parlare di una capacità di resistenza?

“Esatto. Non parlerei di vittoria, ma di ‘non sconfitta’ L’Iran ha ancora carte da giocare. Ha sfruttato la geografia, come la vicinanza ai Paesi del Golfo e alle basi americane, e ha colpito punti sensibili come le rotte marittime. Lo Stretto di Hormuz, in questo senso, è centrale: come già nel Mar Rosso, Teheran ha mostrato di poter incidere sui commerci globali”.

Come potrebbe muoversi ora l’Iran? Quali strategie ha davanti?

“Le opzioni sono due. La prima è continuare con una strategia di pressione: attacchi indiretti, colpendo basi e Paesi del Golfo. Questa linea è sostenuta dalle componenti più dure delle Guardie rivoluzionarie. Il rischio, però, è una guerra di attrito senza sbocchi. La seconda è sfruttare la pausa del cessate il fuoco per riaprire canali diplomatici, soprattutto con quei Paesi del Golfo che non hanno rotto completamente con Teheran”.

In questo scenario, che ruolo possono avere Paesi come Arabia Saudita o Emirati?

“Sono cruciali. Alcuni, come gli Emirati, hanno assunto posizioni molto dure. Altri, come l’Arabia Saudita, hanno mantenuto un minimo di dialogo. Per ripartire, servirebbero garanzie reciproche: l’Iran dovrebbe limitare gli attacchi, anche tramite milizie alleate; i Paesi del Golfo dovrebbero chiarire l’uso delle basi americane sul loro territorio”.

Veniamo al regime: com’è cambiato internamente in queste settimane?

“È difficile dirlo con precisione, ma si nota una trasformazione. La componente ideologica storica sembra lasciare spazio a una nuova élite delle Guardie rivoluzionarie più pragmatica e legata agli interessi economici. L’ideologia resta, ma spesso in forma strumentale”.

E allora come ha fatto il regime a resistere?

“Due fattori principali. Il primo è interno: quando sono in gioco potere e interessi, le élite si compattano. Il secondo è il nazionalismo. Un attacco esterno tende a ricompattare anche chi era critico. Le proteste di gennaio avevano mostrato una fragilità reale, ma la guerra ha prodotto l’effetto opposto: ha ricostruito una sorta di coesione nazionale”.

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