Perché Meloni è andata (a sorpresa) nel Golfo? Il petrolio, gli affari italiani e il fattore immagine
La premier Giorgia Meloni con il principe e primo ministro dell'Arabia Saudita Mohammad bin Salman in una visita a gennaio
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Roma, 3 aprile 2026 – C’è innanzitutto il fattore sorpresa, ed è forse il dato politico più significativo della missione di Giorgia Meloni nel Golfo. Il viaggio è scattato nella massima riservatezza ed è stato comunicato solo a atterraggio avvenuto a Gedda: un blitz di due giorni, fuori dai rituali della diplomazia più esposta, che Palazzo Chigi presenta come la prima visita nella regione da parte di un leader di area Ue-G20-Nato dall’inizio del conflitto.
Visita di Meloni fra economia e diplomazia
In tempi ordinari sarebbe già una notizia; in queste ore, con il Golfo tornato a essere il baricentro della tensione strategica globale, diventa un messaggio. L’Italia, con la sua premier, prova a mostrarsi non come spettatrice preoccupata, ma come interlocutore politico presente sul terreno dove si incrociano sicurezza, energia e nuovi equilibri regionali. La riservatezza, in questo quadro, non è un dettaglio di colore ma parte della sostanza e della sicurezza del volo e della missione. Un viaggio tenuto coperto fino all’ultimo segnala l’urgenza del momento e, insieme, la delicatezza delle interlocuzioni con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti.
Prima leader del G7 nel Golfo dalla guerra
Non è solo una missione di solidarietà verso Paesi colpiti dagli attacchi iraniani, come filtra da Palazzo Chigi: è anche il tentativo di accreditare l’Italia come sponda affidabile in una fase in cui l’Europa appare spesso lenta, indiretta, afona. Non a caso, già l’11 marzo Meloni, nel confronto con i leader del G7, aveva insistito sulla necessità di aprire un confronto con il Consiglio di cooperazione del Golfo e di rafforzare la solidarietà con gli Stati dell’area colpiti dagli attacchi iraniani. Questo viaggio, insomma, non nasce dal nulla: è l’evoluzione operativa di una linea politica già abbozzata nelle sedi multilaterali.
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Il valore economico del Golfo per l’Italia
Ma il cuore della missione è anche economico, molto concreto, misurabile. Gli Emirati sono oggi il partner commerciale più robusto tra i tre Paesi toccati dal viaggio: nel 2025 l’interscambio con l’Italia è salito a 10,83 miliardi di euro, con export italiano a 9,48 miliardi; Abu Dhabi e Dubai valgono ormai il 14° mercato di destinazione del nostro export. L’Arabia Saudita segue da vicino: interscambio a 10,30 miliardi nel 2025, esportazioni italiane a 6,315 miliardi e saldo commerciale positivo per l’Italia di 2,328 miliardi.
Il Qatar resta più piccolo come volume complessivo, ma tutt’altro che marginale: l’interscambio nel 2025 è stato di 4,843 miliardi, con export italiano a 2,004 miliardi. Sono numeri che spiegano da soli perché il Golfo non sia solo un dossier di politica estera, ma anche una pagina rilevante della politica industriale italiana.
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Dietro i numeri ci sono poi traiettorie di sviluppo molto diverse e tutte interessanti per il sistema produttivo italiano. In Arabia Saudita il terreno è quello aperto da Vision 2030 e dai mega-progetti infrastrutturali: l’ICE segnala margini di ulteriore espansione soprattutto in beni strumentali e meccanica, costruzioni e contract, tecnologie per energia e infrastrutture, agroalimentare e ICT; non a caso i macchinari rappresentano da soli oltre 2,2 miliardi dell’export italiano verso Riad e la farmaceutica vale altri 733 milioni.
Negli Emirati, dove la Farnesina segnala oltre 600 aziende italiane attive e dove nel febbraio 2025 sono stati annunciati investimenti emiratini in Italia per 40 miliardi di dollari, il rapporto ha già assunto il profilo di un partenariato strategico pieno, che va dall’energia alla logistica, dalla difesa allo spazio. Con il Qatar, invece, il baricentro resta l’energia, ma si allarga: la stessa Farnesina definisce Doha partner strategico per la sicurezza energetica italiana e collega il rafforzamento dei rapporti a nuovi spazi di collaborazione in energia, difesa, infrastrutture e trasporti, anche grazie al memorandum per la promozione degli investimenti sottoscritto a Roma nel 2024.
Evitare una crisi pesantissima per Italia ed Europa
Ecco allora il senso profondo di questa missione lampo. Meloni va nel Golfo mentre la regione torna a dettare il ritmo dei prezzi energetici globali e mentre l’Italia, come il resto d’Europa, sa di non potersi permettere né una rottura delle forniture né una nuova ondata di instabilità su petrolio e gas. Ma il viaggio dice anche altro: che Roma vuole difendere i propri interessi strategici con una diplomazia più esposta e meno notarile; che l’asse con Arabia Saudita, Emirati e Qatar non riguarda più soltanto l’emergenza energetica, ma investimenti, export, cantieri, tecnologia, sicurezza. In questo senso la segretezza iniziale del blitz non attenua il peso politico della visita: lo accentua. Perché suggerisce che, quando il quadro si fa davvero critico, i rapporti che contano non sono quelli declamati, ma quelli che consentono di aprire una porta, trovare un tavolo, parlare prima degli altri.
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