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Scoperto nuovo virus marino, può infettare l'occhio umano: sintomi e come avviene il contagio

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10.04.2026

A questo nodavirus è associata l'infezione “uveite anteriore virale ipertensiva oculare persistente”, simile al glaucoma

Qingdao (Cina), 10 aprile 2026 – Scoperto un nuovo virus marino che potrebbe rivelarsi nocivo per l’occhio umano. Secondo uno studio cinese pubblicato su ‘Nature Microbiology’, la malattia oculare, chiamata ‘uveite anteriore virale ipertensiva oculare persistente’ e le cui caratteristiche erano ignote fino al momento della scoperta, proviene da un ‘cover mortality nodavirus’ (CmNV) di origine acquatica. Un legame che potrebbe consistere in un esempio calzante del possibile salto di specie del virus, che colpisce comunemente pesci e invertebrati marini. La patologia, simile al glaucoma, provoca sintomi quali l’infiammazione dell’occhio e l’aumento della pressione interna dello stesso, arrivando a causare la perdita della vista.

Stando alle analisi portate avanti nel Laoshan Laboratory di Qingdao, Cina, il nodavirus associato alla patologia è diffuso in tutti i mari del mondo e potrebbe essere già stato trasmesso ad altre specie terrestri. “I cambiamenti climatici e le attività umane hanno aumentato il rischio di trasmissione di virus dalla fauna selvatica” si legge nel testo pubblicato su ‘Nature Microbiology’. Recentemente è emersa una malattia oculare umana (il cui acronimo scientifico è POH-VAU), associata al nodavirus di origine acquatica. Il CmNV è diffuso negli animali acquatici d’allevamento e selvatici in tutto il mondo”. La conferma della trasmissione della POH-VAU è arrivata a seguito di una serie di ricerche compiute da un gruppo di scienziati cinesi tra il 2022 e il 2025, tramite le quali sono state analizzate le sostanze oculari di 70 persone. Alla fine dell’indagine tutti i pazienti analizzati sono risultati positivi al CmNV, causando scalpore in quanto primi esempi del salto di specie di un virus di origine acquatica.

Le principali cause del contagio

“I dati epidemiologici – spiega l’articolo – indicano che la frequente lavorazione non protetta di animali acquatici e il consumo di animali acquatici crudi sono stati eventi di esposizione comunemente segnalati, rappresentando complessivamente il 71,4% dei casi esaminati”.

Più della metà delle persone contagiate e coinvolte nell’indagine lavorava nel settore dell’acquacoltura, ovvero l’allevamento di animali acquatici come pesci, crostacei o molluschi. Un buon 16%, invece, è rimasto infetto per avere mangiato pesci o crostacei crudi o per essere entrato in contatto con persone ad alto rischio di contagio. Al momento non si tratterebbe di una patologia epidemica, nonostante sia stata registrata la presenza del virus in animali marini diffusi in tutti e cinque i continenti. L’equipe di scienziati ha confermato come il virus abbia contagiato altre specie non ancora testate, non escludendo che sia transitato da altri mammiferi prima di arrivare all’uomo. È stato infine constatato come il principale fattore dell’infezione negli animali marini consista nelle temperature acquatiche sempre più alte.

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