Il riconoscimento delle attenuanti legate al processo mediatico segna un salto di qualità culturale e giuridico: ne parliamo con Vittorio Manes, avvocato e professore di Diritto penale
Vittorio Manes, avvocato e ordinario di Diritto penale presso l’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, la sentenza della Corte d’Assise d’appello di Milano sul caso Pifferi va ben oltre la vicenda in sé e rappresenta la prima pronuncia che riconosce esplicitamente le cosiddette “attenuanti mediatiche”, una categoria che lei aveva teorizzato quasi dieci anni fa. Che valore ha il riconoscimento, sul piano giuridico e culturale, del fatto che il diritto comincia a prendere sul serio l’influenza dei media sui processi?
Un valore notevole, direi, al di là del doveroso riconoscimento della decurtazione della sofferenza patita per essere stata l’imputata sottoposta alla gogna dei media: una “pena della vergogna” presofferta, in forza di una “giustizia senza processo”, che giustamente i giudici – riconoscendo le attenuanti generiche - hanno ritenuto considerare nel computo delle circostanze, così escludendo l’unica aggravante e giungendo a sostituire l’ergastolo con la pena, ben diversa, di 24 anni di reclusione. In effetti, questa lucida sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Milano va molto oltre questo pur importante ed innovativo traguardo: perché non si limita ad analizzare criticamente quel “malvezzo contemporaneo” – come scrivono le giudici – che è il “processo mediatico”, dove si emettono – in una cornice tutta rivolta all’intrattenimento ed allo spettacolo – “inappellabili” condanne “corrispondenti al sentimento sociale e popolare”; ma appunto concretizza le critiche esaminando puntualmente molte delle ricadute distorsive che esso determina sul processo reale, sino a trarne le coerenti conseguenze sul piano giuridico: sulle testimonianze, sulla loro spontaneità ed affidabilità, sul paradigma di assunzione delle prove di carattere tecnico e scientifico, sul ruolo stesso della parte civile, che in questo caso – dice ancora la pronuncia – si è dovuta trasformare “obtorto collo in inflessibile accusatrice della figlia per non essere, a sua volta, investita dalla pubblica esecrazione”. Tutti problemi denunciati e sviscerati con argomentazioni molto........
