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Se crollano gli ayatollah: quattro scenari per il futuro dell'Iran

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12.01.2026

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Dal 1979 il regime degli ayatollah si è retto sul terrore. I primi a farne le spese, tragicamente, furono gli ingenui «compagni di strada» socialisti e comunisti. Con l’appoggio della sinistra occidentale, i marxisti iraniani si arruolarono nella rivoluzione khomeinista perché nella fuga dello Scià filoamericano videro una grande vittoria della loro causa. Furono i primi a finire nel tritacarne della teocrazia sciita: condannati a morte o torturati nelle prigioni dove gli ayatollah fecero propri i metodi della polizia segreta del sovrano che avevano appena deposto. Poi fu la volta delle donne, che si videro imporre regole di vita molto più retrograde e opprimenti di quelle in vigore prima del 1979. Poi le università misero al bando tanta scienza occidentale sacrificata sull’altare dell’indottrinamento. I giovani si videro proibire la musica. Minoranze etniche e sessuali, artisti e intellettuali, furono a loro volta perseguitati. E via dicendo, in un precipizio verso il totalitarismo.

Quanto può sopravvivere un regime che ha come slogan «morte a Israele» e «morte all’America», ma non ha mai saputo proporre uno slogan altrettanto forte e positivo per dire «lunga vita all’Iran, e un futuro migliore al suo popolo»? Prendo in prestito questa domanda da un grande esperto dell’Iran, Karim Sadjadpour, Senior Fellow al Carnegie Endowment for International Peace.

Purtroppo può sopravvivere a lungo: 47 anni, e non sappiamo se in queste ore stia finalmente agonizzando, o se la crudeltà della sua repressione prevarrà ancora una volta sui movimenti di protesta. Alcune cose le sappiamo, però. Il regime ha potuto durare anche grazie all’appoggio di tutti coloro che volevano indebolire l’America e l’Occidente: Russia, Cina. Ha goduto di credibilità finché ha seminato terrore in tutto il Medio Oriente e anche oltre, usando milizie-sicarie come Hamas, Hezbollah, Houthi. Per un periodo di almeno vent’anni, ha risucchiato l’Arabia saudita in una perversa competizione a chi fosse la potenza regionale più fondamentalista: i loro petro-dollari hanno finanziato jihad e indottrinamento anche nelle comunità di immigrati musulmani in Occidente. Poi però il gioco perverso degli ayatollah ha cominciato a incappare in incidenti di percorso gravi. Le proteste interne vanno crescendo almeno dal 2019, perché le avventure militari esterne hanno impoverito la popolazione, e hanno reso sempre meno sopportabile la corruzione della élite clericale. L’Arabia saudita ha imboccato una strada alternativa: modernizzazione, laicizzazione, progresso economico, avvicinamento a Israele. L’appoggio a Hamas per la strage del 7 ottobre 2023 si è rivelato un colossale errore di calcolo. Minacciato nella propria esistenza, Israele ha sferrato colpi micidiali a tutti gli alleati regionali dell’Iran. Poi è intervenuto Trump con il bombardamento dei siti nucleari. La guida suprema della rivoluzione islamica, Khamenei, ha dato uno spettacolo d’impotenza.........

© Corriere della Sera