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Suicidio e divise

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09.05.2026

Lo status speciale di lavoratore diversamente considerato tra peso dovere e isolamento

Primo Maggio, Festa dei Lavoratori. Un lavoratore in divisa, di quarantadue anni, appartenente alla Polizia Penitenziaria, con incarichi nella formazione, ha scelto il suicidio per porre fine alla sua esistenza. È solo l’ultimo caso, mentre non si è ancora spenta l’eco della tragedia del giovane carabiniere che si è tolto la vita in caserma, davanti ai commilitoni.                                                         

E quanti altri ancora ce ne saranno, oggi e domani, se il contesto resta immobile, irrigidito in un pragmatismo fatto di regole, decreti e procedure? Alle famiglie restano lo stupore e una raffica di domande impossibili da accettare: “Non è possibile. Era in caserma. Indossava la divisa. Era con i colleghi”. Poi, lentamente, emerge una verità inimmaginabile, devastante, mai supposta: il suicidio! Lì! In quegli ambienti, non è possibile e purtroppo non è un fatto nuovo né impossibile. Forse.                    Resta un dolore immenso, soprattutto per i genitori. Un dolore che il tempo non cancella, ma che, nell’opinione pubblica, tende a sbiadire. L’attenzione collettiva si consuma nello sgomento del momento, per poi allontanarsi, lasciando questi drammi in una zona d’ombra, sempre più distanti da un sentire autentico. Diventa cronaca.                                                                                                            

E così, tragedie che sembrano uscite dalle pagine più cupe dell’Ottocento scorrono via nell’indifferenza generale, come se appartenessero a un’altra epoca. Ma non è così: accadono qui, oggi, nel cuore di istituzioni che dovrebbero garantire stabilità e protezione. E invece, sempre più spesso, quelle stesse strutture si trasformano in scenari opachi, silenziosi, dove il dolore viene archiviato in fretta dentro il contenitore ormai saturo delle cosiddette “fragilità”. Un termine passepartout, buono per tutto, che finisce per spiegare niente e assolvere tutti.                         

Fragilità è diventato l’alibi lessicale di un sistema che arretra, che rinuncia a comprendere e a intervenire, preferendo rifugiarsi in un fatalismo sterile piuttosto che assumersi la responsabilità del cambiamento. Non è debolezza individuale: è una resa collettiva travestita da condiscendenza.

Sono uomini giovani, spesso con una famiglia. Eppure, dentro vite solo apparentemente ordinate, si insinua un inquilino invisibile: il suicidio. Non è un caso isolato, ma una presenza che si ripete, che abita e consuma. E chi sta attorno non vede ‒ o sceglie di non vedere ‒ minimizza, riduce, archivia.

Il suicidio........

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