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“The forest”, perdersi nel bosco della memoria

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“So dove sono, mi sono già persa qui”: è una delle prime battute di “The forest” che Cristiana Morganti pronuncia, mentre si aggira sulla scena camminando tra alti fusti d’alberi, massi e cespugli, gli occhi spalancati come una figura di fiaba sperduta nel bosco. Una frase che fa da sottotitolo al nuovo lavoro che ha debuttato in prima assoluta all’Arena del Sole di Bologna e che la stessa danzatrice e attrice ha scritto insieme uno dei registi più apprezzati della scena argentina e internazionale Claudio Tolcachir.

Morganti da par suo, compie con questo spettacolo un’ulteriore evoluzione artistica, passando dalla danza a una particolare forma che potremmo definire performance-comedian. Dopo gli inizi con Eugenio Barba e altri protagonisti del teatro europeo, per molti anni (dal 1993 al 2014) è stata danzatrice solista nel Tanztheatre Wuppertal di Pina Bausch per poi creare in proprio spettacoli e coreografie, ma sempre più spostandosi verso la prosa, come in Behind the light, prodotto da Teatri di Pistoia Centro di Produzione Teatrale che è anche produttore di The Forest, insieme agli spagnoli di  Carnezzeria, Theatre de La Ville di Parigi, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova e Teatro Biondo di Palermo.

Uno spettacolo che è il risultato di un incontro tra personalità abituate a plasmare la materia teatrale con prospettive artistiche variegate. Tolcachir, dopo gli anni a Buenos Aires e la fondazione del gruppo Timbre 4, da anni vive in Spagna ed è spesso presente e apprezzato in Italia (ricordiamo tra gli altri il bellissimo Edificio 3 al Piccolo nel 2021 oppure la recente regia di Anna Cappelli di Annibale Ruccello con Valentina Picello. Tolcachir sarà inoltre a maggio 2026 al Teatro India a Roma con due regie, la prima da un suo testo, Los de Ahí, la seconda un monologo tratto dal romanzo di Sergio Bizio, Rabia).

La comicità è dunque il primo step di Morganti, quando si affida nell’incipit a una piccola gag con uno spettatore a caso, a chi chiede di aiutarla a spostare qualcosa di pesante fuori scena. Simpatico folletto, con la sua ampia capigliatura riccia e nera, Morganti stempera con in battute dai giusti tempi comici (attingendo alla sorgente personale delle sue radici romane) il racconto di un funerale, quello della madre morta. Come una sorta di cappuccetto rosso su cui incombe non il lupo, ma il lutto. Affrontare gli aspetti pratici della morte, con il carro funebre “ma senza la croce” e su cui si appoggia per firmare le pratiche burocratiche capitoline (quelle sì che si rivelano un bosco irto di ostacoli assurdi) assistita da una titolare di pompe funebri più punk che composta e formale. Un racconto godibile che prosegue sfogliando ricordi, aneddoti, dalla formazione adolescenziale al presente, passando per il sentiero oscuro delle relazioni familiari, esplorando le ombre e in particolare i tradimenti - il cuore drammatico della costellazione di ricordi - i non detti, le opacità di relazione con il padre, tra tenerezza e ansia per la sua deriva di demenza senile, ma sempre con effetto tragicomico. Tra una pagina e l’altra di questo diario, Morganti lascia al corpo, alle movenze coreografiche e alla musica il compito di suggerire una temperatura emotiva, con rimandi a simboli e citazioni teatrali, evocando personaggi del teatro classico o dell’opera, dal fantasma del padre di Amleto a Nina de Il Gabbiano, nonché, specie nei costumi (di Nika Campisi) certi si intravedono frammenti della carriera di danzatrice.

Aiuta comunque a far da collante della drammaturgia il personaggio di una creatura leggera, una specie di Ariel-alter ego della protagonista, la giovane Lisa Lippi Pagliai che compare all’improvviso nel bosco, come una creatura luminosa, che sin dagli abiti che indossa è l’evidente doppio della Morganti ragazza, una scelta che consente alla protagonista di articolare una narrazione dei suoi stessi ricordi, senza essere sempre anche il personaggio in atto della narrazione. Lo spettacolo è più una nube che un fiume, sospesa in questo vagare non lineare, senza un vero approdo. Si intuisce la volontà di dare corpo allo stato psicologico di chi si ritrova, magari dopo la perdita dei genitori, e in una fase di passaggio esistenziale, a fare i conti con quel che resta irrisolto nella vita, fin dall’infanzia. Questa confusione dichiarata, questo perdersi, è difficile da maneggiare e infatti lo spettacolo ha discontinuità (si potrebbe dire, ça va sans dire, che si perde nel bosco dei ricordi e dei rimandi) e deviazioni come il disincanto ironico delle considerazioni metateatrali sul lavoro stesso che sta andando in scena, compreso un pleonastico svelamento della “finzione”. Perdersi è anche ritrovarsi, sembrano dirci gli autori di “The Forest”, che con il tempo saprà riannodare tutti i fili dell’intreccio di intenzioni di autori di provata esperienza e bravura come Morganti e Tolcachir.

Tournée: 6 settembre 2026 Verona, Teatro Comploy; 14 - 16 ottobre 2026 Genova, Teatro Gustavo Modena; 31 ottobre - 8 novembre 2026, Palermo, Teatro Biondo; 9 - 14 febbraio 2027 Milano, Piccolo Teatro Grassi; 25 - 29 maggio 2027 Théâtre de la Ville-Théâtre des Abbesses, Parigi

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