Dopo l’omicidio di Quentin Deranque, «Melenchon punta al caos in Francia»
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Dopo l’omicidio di Quentin Deranque, «Melenchon punta al caos in Francia»
Parigi. Il 18 aprile 2002, a pochi giorni dal primo turno delle elezioni presidenziali, un fatto di cronaca traumatizzò la Francia: un anziano venne aggredito brutalmente nella sua casa di Orléans. Fu il cosiddetto “affaire Paul Voise”, dal nome della vittima delle violenze. Il volto tumefatto di quell’anziano occupò le prime pagine dei giornali francesi e contribuì secondo molti alla sconfitta dell’allora candidato del Partito socialista Lionel Jospin e al passaggio al secondo turno del candidato del Front national Jean-Marie Le Pen.
Il barbaro linciaggio che la scorsa settimana a Lione ha strappato la vita a uno studente cattolico di 23 anni e militante della destra identitaria, Quentin Deranque, rischia come l’“affaire Paul Voise” di avere un impatto sulle prossime elezioni comunali, previste a marzo, e più in generale sulle alleanze tra le forze politiche rappresentate all’Assemblea nazionale.
Melenchon «faccia un esame di coscienza»
Secondo un sondaggio Odoxa per il Figaro, il 76 per cento dei francesi giudica infatti necessario un “fronte repubblicano” per sbarrare la strada alla France insoumise (Lfi) nelle urne, ossia al partito della sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon legato a doppio filo con il collettivo antifà Jeune Garde, responsabile del pestaggio di Quentin. La percentuale, secondo l’inchiesta demoscopica di Odoxa, sale all’86 per cento tra i simpatizzanti del Partito socialista (Ps), contrari a qualsiasi alleanza con un partito, Lfi, che ha fatto della violenza verbale il suo marchio di fabbrica.
Ieri il segretario del Ps, Olivier Faure, che fino alle elezioni legislative del 2024 non vedeva incompatibilità in un’alleanza con le truppe mélenchoniste, ha invitato Lfi a farsi «un esame di coscienza», escludendo qualsiasi unione con il partito di Mélenchon a livello nazionale. Raphaël Glucksmann, leader di Place Publique, ha invitato dal canto suo a «porre fine alla brutalizzazione del dibattito pubblico», denunciando «la responsabilità di tutti i leader politici che alimentano l’odio, compresi quelli della France insoumise». È ormai «impensabile» che la sinistra «abbia il minimo dubbio» su una «possibile alleanza» con Mélenchon, ha aggiunto il leader progressista.
Bourmaud: «Ci saranno impatti a lungo termine»
Per François-Xavier Bourmaud, giornalista politico del quotidiano l’Opinion, «rispetto al caso “Paul Voise”, ci sarà probabilmente anche un impatto a lungo termine, non solo immediato. L’omicidio di Quentin rischia di provocare un allontanamento di una parte degli elettori da Lfi. La strategia di Mélenchon si basa sull’avere un nucleo di collaboratori e elettori molto solido, che è il punto forte, e poi ammorbidire il discorso per andare oltre il suo nucleo di fedelissimi. Con il caso Quentin, questa seconda parte, l’apertura, che è la strategia classica di un candidato alle elezioni presidenziali, rischia di essere molto più complicata, perché ciò che è successo è irreparabile. Può quindi avere effetti molto più profondi e duraturi nel tempo», dice a Tempi Bourmaud.
Mélenchon, il líder maximo di Lfi, cerca di negare i legami tra il suo partito e la Jeune Garde. Ma è stato proprio lui a far entrare all’Assemblea nazionale il fondatore della Jeune Garde, Arnault, nonostante il suo cv da picchiatore alle manif dell’ultrasinistra, il suo odio per Israele rivendicato con fierezza e una condanna definitiva nel 2025 per “violenze volontarie in riunione”. Senza contare che uno dei collaboratori di Arnault, Jacques-Élie Favrot, ha partecipato al pestaggio di Quentin ed è ora incriminato per “complicità per istigazione”.
La «responsabilità morale» di Mélenchon
Potrebbe nascere un nuovo “cordone sanitario” anti-Lfi? «Manca più di un anno alle elezioni presidenziali e potrebbero verificarsi altri eventi che potrebbero cambiare la situazione. Ma l’affaire Quentin avrà sicuramente delle ripercussioni sulla strategia di Mélenchon di arrivare al secondo turno, perché probabilmente una parte degli elettori si rifiuterà di votarlo. C’erano già quelli che lo accusavano di antisemitismo e ora ci sono anche quelli che lo accuseranno di aver intrattenuto relazioni chiare e rivendicate con un gruppuscolo di estrema sinistra, la Jeune Garde, che semina violenza nelle strade», spiega a Tempi Bourmaud.
La macroniana Maud Bregeon, portavoce del governo francese, ha denunciato la «responsabilità morale» di Lfi nel «clima di violenza» che la scorsa settimana ha causato la morte di Quentin. «Lfi ha introdotto la violenza all’Assemblea nazionale», sottolinea il giornalista dell’Opinion. «È un partito rivoluzionario, nel senso che l’obiettivo di Mélenchon non è vincere le elezioni presidenziali, ma arrivare al secondo turno contro Marine Le Pen Lui o Jordan Bardella, contro i quali con ogni probabilità perderebbe. Il leader di Lfi punta sul caos che seguirebbe l’ascesa al potere del Rassemblement national per tentare di rovesciare la Quinta Repubblica e instaurare una Sesta Repubblica. In questo senso, il partito di Mélenchon è rivoluzionario, quindi violento», aggiunge Bourmaud.
Favrot escluso dall’Assemblea nazionale
Lunedì la presidente dell’Assemblea nazionale, Yaël Braun-Pivet, ha deciso di sospendere a titolo precauzionale «il diritto di accesso» in aula a Jacques-Élie Favrot, complice dell’«omicidio volontario» di Quentin assieme ad altri sei militanti dell’ultrasinistra lionese. «La sua presenza potrebbe causare problemi di ordine pubblico», ha dichiarato Braun-Pivet. Attraverso un comunicato, l’avvocato di Favrot, Bertrand Sayn, aveva annunciato che il suo assistito «si dimette dalla carica di assistente parlamentare per tutta la durata delle indagini», con un’aggiunta: «Minacciato di morte dall’estrema destra in tutto il Paese e in Europa, non può svolgere correttamente le sue funzioni». Ma difficilmente Favrot tornerà a sedere sui banchi dell’Assemblea nazionale.
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