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Riscoprire il fondamento del diritto internazionale
Pubblichiamo l’intervento del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, al Convegno “Diritto internazionale: tramonto o eclissi?”, organizzato dal Centro studi Rosario Livatino e tenutosi ieri del Senato della Repubblica. I titoletti sono opera della redazione.
I due termini chiave del titolo scelto per il convegno – tramonto o eclissi – potrebbero indurre a ritenere che vi è stato un tempo, più o meno recente, durante il quale il diritto internazionale è stato un astro che ha brillato nel cielo: per cui lo sforzo da compiere sarebbe capire se l’attuale crisi sia temporanea o definitiva.
In realtà, il diritto internazionale, per lo meno negli ultimi secoli, non ha mai mostrato di essere in buona salute. Se è lecito un flashback di natura personale, ricordo di essere rimasto abbastanza disorientato quando, ahimè una cinquantina di anni fa, dopo aver sostenuto gli esami di diritto privato, di commerciale, di penale, ecc., affrontai lo studio del diritto internazionale. Eppure l’ordinario di cattedra era uno dei luminari della materia, il prof. Gaetano Arangio Ruiz. Ma la sostanza sfuggiva di mano, per la distanza che aveva dalla logica degli ordinamenti statali, e perfino di quello che in quegli anni si stava configurando come ordinamento europeo.
Che cosa voglio dire? Che se ritengo che un mio diritto sia stato violato posso ricorrere al giudice, sapendo che il sistema nel suo insieme farà rispettare la sentenza emessa, se necessario anche coattivamente. Nell’ordinamento internazionale manca strutturalmente un analogo meccanismo di enforcement. Per cui il rispetto delle norme è rimesso alla volontà dei singoli Stati; una volta fallito il tentativo di comporre i conflitti con la diplomazia, la soluzione per far valere le proprie ragioni, o le proprie pretese, diventa il conflitto, anche armato.
La storica debolezza del diritto internazionale
Questa strutturale difficoltà è sempre stata avvertita sul piano teorico. Qui il flashback è ancora più remoto, pur riguardando sempre La Sapienza: siamo all’inaugurazione dell’anno accademico 1947-48, Vittorio Emanuele Orlando tiene la prolusione, il cui titolo è – guarda un po’ – La crisi del Diritto internazionale. Orlando aveva ricoperto ruoli istituzionali rilevantissimi prima, durante e dopo, le due guerre mondiali.
Nel suo discorso si interroga su come ricostruire un ordinamento internazionale efficace e di come farlo senza cedere a utopismi ingenui, come quelli che avevano decretato il fallimento della Società delle Nazioni, e tenendo conto del carattere peculiare di questo corpus giuridico sui generis.In tanti, nei decenni scorsi hanno condiviso l’errore che con le organizzazioni sovranazionali cui gli Stati avevano trasferito porzioni di sovranità, l’ordinamento nato nel secondo Dopoguerra avesse finalmente superato la storica debolezza del diritto internazionale. Questa illusione ha impedito – e in parte ancora impedisce – di leggere la realtà per quel che è davvero.
L’apoteosi del misunderstanding è stata raggiunta all’inizio degli anni 1990, dopo la caduta dei Muri: gli scaffali delle nostre librerie erano pieni delle copie de La fine della storia di Fukuyama, ma in Rwanda si consumava uno dei più tragici genocidi e nei Balcani esplodeva una guerra micidiale, estesa, piena di episodi efferati. Sì che La fine della storia, da testo cult dell’ottimismo globalista, è diventato simbolo della beota ottusità occidentale.
I conflitti continuano anche dopo il Secondo dopoguerra
Ad attestare la cronicità della salute cagionevole del diritto internazionale non........
