Il lavoro c’è, ma non basta: i giovani laureati ora dicono no agli stipendi troppo bassi
Il rapporto AlmaLaurea fotografa giovani più occupati ma più selettivi: 7 laureati su 10 rifiutano stipendi sotto i 1.500 euro
C’è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui il primo lavoro dopo la laurea sembrava dover essere accettato quasi per riconoscenza. Uno stage pagato poco, un contratto fragile, una mansione lontana dal percorso di studi, purché fosse un ingresso nel mondo adulto, una riga in più sul curriculum, la promessa – spesso vaga – che prima o poi qualcosa sarebbe cambiato. Quel tempo, almeno nella percezione dei giovani laureati italiani, sembra finito. O, più realisticamente, ha iniziato a perdere la sua forza morale.
Il nuovo rapporto AlmaLaurea su laurea e occupazione racconta infatti un Paese in cui i giovani laureati lavorano di più rispetto al passato, ma sono anche molto meno disposti ad accettare qualsiasi condizione pur di lavorare. Il tasso di impiego cresce e supera il 90% a cinque anni dal conseguimento del titolo, un dato che restituisce l’immagine di un’università ancora capace di produrre occupazione. Ma dentro questa buona notizia se ne muove un’altra, forse ancora più interessante sul piano sociale: il lavoro non basta più. Deve essere coerente, dignitoso, pagato in modo adeguato.
Secondo AlmaLaurea, oggi il 66,9% dei laureati rifiuta offerte con una retribuzione netta mensile inferiore ai 1.500 euro per un lavoro a tempo pieno. Nel 2016 questa percentuale era appena del 24,4%. In dieci anni, dunque, non è cambiato soltanto il mercato: è cambiata la soglia psicologica, economica e simbolica sotto la quale una generazione intera non sembra più voler scendere.
Il lavoro c’è, ma non basta più
La fotografia che emerge dal rapporto non è quella, caricaturale e un po’ pigra, dei giovani che non vogliono lavorare. È piuttosto quella di una generazione che ha visto il costo della vita correre più velocemente degli stipendi, che ha investito anni nella formazione, spesso con il sostegno economico delle famiglie, e che oggi chiede che quell’investimento venga riconosciuto anche in busta paga.
Il nodo è tutto qui: il lavoro, da solo, non è più una garanzia di autonomia. Una........
