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Compagni di lotta (per la poltrona)

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Il monito di Walter Veltroni: discutere di primarie e candidature mentre il Paese affronta crisi e liste d’attesa è un azzardo strategico.

La sinistra sente profumo di vittoria e, come sua abitudine, litiga per le poltrone. Ne ha parlato uno che di scontri fra compagni se ne intende, perché a lungo rivaleggiò con Massimo D’Alema per la leadership del partito post comunista. Walter Veltroni, primo segretario del Pd quando, quasi vent’anni fa, nacque da una fusione a freddo tra Ds e Margherita, ne ha scritto sul Corriere della sera. Attenti a vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso, occhio a scambiare il successo al referendum per un mandato a governare per l’odierna opposizione.

Il richiamo di Veltroni ai problemi reali del Paese

Secondo l’ex sindaco di Roma, il dibattito scaturito dopo il voto del 23 marzo è stravagante e, soprattutto, distaccato dalla realtà. Come si fa, chiede, a discutere di primarie e di chi rappresenterà la coalizione alle elezioni dell’anno prossimo, quando il mondo sta andando a gambe all’aria e gli italiani si trovano a fare i conti con le liste d’attesa negli ospedali, con i problemi di bilancio domestici e la paura di perdere il lavoro? A chi volete che interessi, incalza, se la scelta del futuro candidato premier della sinistra sarà online, con doppio turno, oppure servirà un federatore o un papa straniero?

Difficile dargli torto. Eppure, ringalluzziti dalla sconfitta del centrodestra sulla riforma della giustizia, i compagni già si vedono a Palazzo Chigi e anche al Quirinale, con inevitabili manovre di chi ritiene di avere i titoli giusti per l’ascesa al trono del governo o del Colle. La corsa è piuttosto affollata. In pole position ci sono Elly Schlein e Giuseppe Conte, entrambi convinti di avere il profilo da statista necessario a guidare il Paese in un momento difficile. Ma, dietro a loro, si agitano altri ambiziosi candidati.

La carica dei sindaci e dei nuovi volti emergenti

Tra questi Silvia Salis, da meno di un anno sindaco di Genova: Matteo Renzi l’ha convinta che solo lei potrebbe battere Giorgia Meloni e lei gli crede. Dunque, nonostante la sua trasformazione da atleta olimpica a politica sia recentissima, l’ex vicepresidente del Coni pare intenzionata a giocare le sue carte nella categoria “volti nuovi”. Insieme a lei si affaccia un altro esordiente, ovvero Enrico Maria Ruffini, già direttore dell’Agenzia delle entrate. Figlio d’arte, in quanto erede di un potentissimo ministro democristiano della prima Repubblica e nipote di un cardinale, l’ex agente del fisco è convinto che il suo destino sia segnato e ha già dato vita a una formazione centrista che dovrebbe chiamare a raccolta tutti i moderati per la sinistra.

Ma dietro a loro sgomitano altri aspiranti leader, come Beppe Sala, che l’anno prossimo dovrà lasciare la poltrona di sindaco di Milano per lo scadere del secondo mandato, e Franco Gabrielli, ex capo della polizia ed ex direttore dei servizi segreti, la cui carriera, dopo un’ascesa vertiginosa, si è arenata appena chiusa la parentesi di governo con Mario Draghi. Da lontano scruta l’orizzonte della coalizione anche Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli e presidente dell’Anci, che proprio quest’anno concluderà il primo mandato.

Obiettivo Quirinale: la lunga lista dei pretendenti al Colle

Non è finita. Se questi sono gli ambiziosi concorrenti per la poltrona di presidente del Consiglio, c’è chi punta più in alto, ovvero al Quirinale. Sergio Mattarella dovrà lasciare il Colle nel 2029 (la Costituzione repubblicana, già stravolta in quanto non prevede un secondo mandato, in caso di un terzo giro dovrebbe essere riscritta in versione monarchica) e in tanti sognano di andare a occupare la casella. Messo da parte per raggiunti limiti di età – ma anche per sgambetti vari – Romano Prodi, in campo restano Paolo Gentiloni (rimasto in panchina dopo aver fatto il commissario Ue, si sente una risorsa della Repubblica sia per Palazzo Chigi che per il Quirinale), Pier Luigi Bersani, Pier Ferdinando Casini, ma anche Dario Franceschini, regista di ogni manovra, compresa la sponsorizzazione di Schlein alla guida del Pd, e Rosy Bindi.

Poi, fuori dal perimetro del Partito democratico, c’è sempre Giuseppe Conte il quale, se non dovesse spuntarla come candidato premier, potrebbe pur sempre riciclarsi come aspirante capo dello Stato. Insomma, la lista di pretendenti è lunga e la spartizione complicata. Ma resta il richiamo di Veltroni il quale pure, sotto sotto, sogna un rientro alla grande, proprio sul Colle: che senso ha discutere di poltrone quando non soltanto non si è sicuri della vittoria, ma le questioni più care agli italiani non sono le candidature?

Aggiungo un’altra riflessione: ma se a sinistra già ora si intravedono compagni che lottano per la poltrona, siamo sicuri che in caso di trionfo non finirebbe come le ultime volte, ovvero con agguati e crisi di governo una dietro l’altra? La mia risposta è sì: le faide a cui assistiamo oggi, le rivedremmo anche dopo. Anzi, forse più in futuro che adesso.


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