L'euforico Conte si sente già premier
Persino Goffredo Bettini ha mostrato, in una intervista al sempre ospitale Corriere della Sera, di avere avvertito troppa «euforia» nell’accelerazione data da Giuseppe Conte, dopo la vittoria referendaria contro la riforma costituzionale della magistratura, alle primarie per scegliere il candidato alla guida del governo dell’alternativa al centrodestra. «Le primarie, peraltro, sono una eventualità precedentemente indicata dal Pd, il mio partito», ha avvertito Bettini dalla sua postazione immodestamente defilata di un uomo che alla sua età di 73 anni «non cerca ruoli istituzionali e politici» e ha «deposto ambizioni e protagonismi». C’è ancora troppo «lavoro ideale e culturale» da compiere nel cosiddetto campo largo dell’alternativa, «allargando la nostra influenza tra i cittadini», prima di arrivare «se necessarie» alle primarie, ha avvertito ancora il filosofo, chiamiamolo così, dell’area progressista che ha riconosciuto in Conte, quando era ancora a Palazzo Chigi ma stava per uscirne, il suo «punto di riferimento più alto». E ne ha sempre assecondato il ruolo, sin forse ad accordargli un cambiamento repentino di giudizio sulla riforma della magistratura, passando dal sì ispiratogli dal ricordo del padre avvocato al no subito gridato invece da Conte. Che anche per questo probabilmente si ritiene il più titolato ad aggiudicarsi il risultato referendario. E a intestarsi «la primavera» cominciata con la vittoria del no.
Si fa presto a dire primavera, preceduta peraltro da altre primavere, appunto, finite alquanto male un po’ dappertutto e ovunque: da quella di Praga del 1968 - ricordate? - a quelle arabe in terre ora di guerre e false tregue. La primavera innescata da Conte nella politica interna immaginandosi con la corona di nuovo in testa di presidente del Consiglio è già autunnale per le reazioni provocate, compresa quella di Bettini. E, in un ossimoro ancora più paradossale, potrebbe diventare invernale.
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I candidati alternativi al corridore pentastellato che si è messo in testa alla fuga dal gruppo si sprecano, sopra e sotto traccia. Sotto come - scusate la malizia di sapore sempre andreottiano- l’avvenente sindaca di Genova Silvia Salis e campionessa già di suo nel lancio del martello. Che è contraria alle primarie per le divisioni che provocano. Il terreno più insidioso nel campo largo scosso dalla spinta alle primarie data da Conte, dopo il referendum perduto dal governo di centrodestra, è quello del partito maggiore della potenziale coalizione di cosiddetto centrosinistra: il Pd del filosofo Bettini, della segretaria Elly Schlein, del presidente Stefano Bonaccini, dell’eterno regista Dario Franceschini, dell’altrettanto eterno scettico Luigi Zanda, dei riformisti del sì referendario sempre più nell’angolo, dei cacicchi sfuggiti alle retate o alle epurazioni promesse o minacciate dal Nazareno e altri ancora, fra l’altro, alla gestione delle candidature alle elezioni dell’anno prossimo.
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Nel Pd è tutto un controllarsi a vicenda, sin quasi a distrarsi da ciò che accade fuori, dentro e oltre il recinto del campo largo, o come diavolo finirà per essere definito da Conte, che lo vorrebbe - dice - «giusto», nel senso che si dà ad un abito confezionato su misura. Che credo l’ex premier appulo sia abituato a indossare, con o senza cravatta e pochette, secondo le circostanze, ma quasi sempre a passo sostenuto, con la fretta di chi va via o arriva, inseguito da cronisti affannati e preceduto da volontari della sicurezza e della devozione. È in genere uno spettacolo vederlo dal vivo o in tv. In primavera in diretta o in differita. «A Mosca, a Mosca», ripetevano le tre sorelle dell’omonimo dramma di Checov che il compianto Ciriaco De Mita adorava citandolo ogni volta che riusciva ad adattarlo alle vicende, specie congressuali, della sua Dc. «Alle primarie, alle primarie» sentiremo dire da (o di Conte) in quel che rimane di questa legislatura dalla stabilità anche a prova referendaria.
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