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Guerra in Iran, negoziati vicini? L’ex ambasciatore: strada in salita. “Contatti indiretti, ma parti distanti”

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Continuano i bombardamenti in Iran

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Roma, 24 marzo 2026 – Un negoziato tutto in salita e da decifrare. L’ambasciatore Giampaolo Scarante, già consigliere diplomatico a Palazzo Chigi e oggi docente di teoria e tecnica della negoziazione all’Università di Padova, spiega perché l’accordo è difficile.

Ambasciatore Scarante, Trump sostiene che è in avvio un negoziato per una soluzione sull’Iran. Che idea si è fatto?

“Si avvia un negoziato quando, in un conflitto, uno dei contendenti ha raggiunto almeno in parte i propri obiettivi. Non mi sembra questo il caso. L’iniziativa di Stati Uniti e Israele contro l’Iran sta cambiando la geopolitica del Medio Oriente, ma con risultati sorprendentemente limitati, sia sul piano militare sia su quello politico. Il cambio di regime non c’è stato, nonostante gli annunci. Il sistema iraniano appare in piena continuità. Le capacità militari non sembrano compromesse, perché Teheran continua a rispondere colpo su colpo agli attacchi. Sul programma nucleare abbiamo informazioni contraddittorie, ma è probabile che la dirigenza iraniana si rafforzi nella convinzione che la vera deterrenza sia dotarsi dell’arma nucleare. Quindi il risultato potrebbe essere opposto a quello che si sperava”.

Quindi il negoziato è reale oppure no?

“Qualche contatto c’è, probabilmente indiretto, ma è tutto in salita. Trump ha messo in campo un team ristretto, escludendo i diplomatici del Dipartimento di Stato che conoscono l’Iran da anni. Questo lascia perplessi. È difficile pensare che un’iniziativa di questo tipo non abbia coinvolto né i diplomatici né i militari. Il negoziato quindi esiste, ma è fragile, incerto e contraddittorio. Tuttavia siamo quasi costretti a crederci: meglio negoziare per dieci anni che fare la guerra per un solo giorno”.

Le richieste sul tavolo sembrano molto distanti. Esiste un possibile punto di caduta?

“Se queste sono davvero le basi negoziali, è evidente che trovare un accordo è molto difficile. Da un lato si chiedono limiti stringenti sul nucleare e sui finanziamenti ai proxy, dall’altro la chiusura delle basi americane e risarcimenti. Un punto di caduta potrebbe essere quello già sperimentato in passato, con la rinuncia iraniana a parte del programma nucleare. Oppure una soluzione più politica: garantire che l’Iran non rappresenti più un pericolo esistenziale per Israele nei prossimi anni. Sono due approcci diversi: quello israeliano più radicale, quello di Trump probabilmente più flessibile”.

“Israele punta a una soluzione militare. L’obiettivo è controllare l’area fino al fiume Litani per impedire che Hezbollah torni a operare come in passato. Israele cerca una sicurezza assoluta e duratura attraverso lo strumento militare. Oggi l’ultimo grande pericolo percepito resta l’Iran, dopo il ridimensionamento di Iraq e Siria”.

“Al momento, a parte i Paesi del Golfo, non vedo molte altre sponde. Non c’è un ruolo europeo significativo né britannico. In una fase così confusa potrebbero emergere altri attori, ma la radicalizzazione della situazione rende difficile trovare mediatori credibili”.

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