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La crisi dei medici di famiglia, mancano i giovani. “Meno candidati dei posti disponibili” /

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18.03.2026

Elisabetta Alti, vicepresidente dell’Ordine dei medici di Firenze

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Firenze, 18 marzo 2026 – In Italia mancano oltre 5.700 medici di famiglia e la Toscana non fa eccezione. Secondo l’ultimo report della Fondazione Gimbe, nella regione ne servirebbero quasi 400 in più e nei prossimi anni la situazione rischia di peggiorare: entro il 2028 andranno in pensione 466 medici di medicina generale, mentre già oggi ogni professionista ha in media più di 1.400 assistiti, ben oltre il parametro ottimale. Una carenza che si avverte soprattutto nelle zone periferiche e montane, come conferma la vicepresidente dell’Ordine dei Medici di Firenze, Elisabetta Alti, che analizza cause e possibili soluzioni.

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Dottoressa Alti, i dati Gimbe parlano di una carenza significativa anche in Toscana. È così?

«Sì, il problema esiste anche da noi. Da molti anni non riusciamo a riempire tutti i posti che vengono banditi per la medicina generale. È un fenomeno meno grave rispetto ad altre regioni, ma comunque presente, soprattutto nelle zone più disagiate: in montagna, in Maremma e anche in parte della Toscana centrale. Firenze e Prato hanno meno difficoltà, mentre fuori dalle città molti incarichi restano scoperti».

Questa difficoltà nasce già nella formazione?

«Esattamente. Lo vediamo dal corso di formazione specifica per medico di medicina generale. Dieci anni fa erano circa 800 i partecipanti all’esame di ammissione, mentre oggi i candidati sono meno dei posti disponibili. Anche quest’anno i partecipanti sono stati meno dei posti messi a bando. È il segnale di un cambiamento nella professione».

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Perché i giovani medici non scelgono più questa strada?

«Negli ultimi anni, e soprattutto dopo la pandemia, il lavoro del medico di famiglia è cambiato molto. Il carico burocratico è diventato enorme: tra ricette, certificazioni, piani terapeutici, email e pratiche amministrative si possono perdere anche più di tre ore al giorno in attività di back office. Inoltre c’è un ricorso spesso inappropriato al medico di base per problemi che non sono sanitari ma sociali o legati alle difficoltà del sistema, come le liste d’attesa. Tutto questo scoraggia molti giovani».

Il report Gimbe parla anche di un aumento del numero di assistiti per ogni medico.

«È vero. Ci sono colleghi che arrivano ad avere anche 1.800 pazienti, non certo per scelta ma perché mancano altri medici sul territorio. Questo comporta inevitabilmente tempi più lunghi per gli appuntamenti, ma non dipende dalla volontà del professionista. In una giornata bisogna visitare, rispondere a messaggi, email, telefonate, richieste su varie applicazioni. È un carico di lavoro, spesso non medico, che rende la professione meno attrattiva».

Il problema riguarda solo la medicina generale?

«No, riguarda anche altre specialità fondamentali come medicina d’urgenza, anestesia e rianimazione e chirurgia generale. I giovani tendono a preferire discipline che consentono anche il ricorso al privato, come dermatologia, oculistica o chirurgia estetica. È una tendenza che vediamo da anni».

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Cosa si sta facendo in Toscana per affrontare la carenza?

«Quest’anno ha preso il via la riforma, che deriva dall’accordo integrativo regionale, che dà a tutti i medici la possibilità di riunirsi in associazione di aggregazione funzionale territoriale per poter beneficiare di un aiuti sia in termini di segreteria che di infermieristica. Un passo importante, di cui contiamo di vedere gli effetti a breve».

Basterà la riorganizzazione per invertire la tendenza?

«È un passo importante, ma ci vuole anche altro. Bisogna incentivare i giovani a scegliere la medicina generale e le specialità in sofferenza di cui parlavo prima, sia migliorando l’organizzazione del lavoro sia prevedendo sgravi fiscali e aiuti concreti. Urgono interventi, insomma, per dare più tranquillità a chi svolge la nostra professione».

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