Trading di criptovalute, scoperta evasione fiscale da mezzo milione di euro in Emilia Romagna
Bologna, 19 febbraio 2026 - Un computer acceso giorno e notte per ‘creare’ moneta virtuale, conti digitali con dentro criptovalute di grande valore e guadagni mai comunicati al Fisco. È così che la Guardia di Finanza di Piacenza ha scoperto un’evasione fiscale da circa mezzo milione di euro legata al mondo delle criptovalute.
L’operazione è partita da Piacenza, dove i militari del comando provinciale, con il supporto di un reparto speciale di Roma esperto in reati tecnologici, hanno analizzato la posizione di un operatore economico che non aveva dichiarato i redditi derivanti dall’attività di ‘mining’. Con questo termine si indica l’estrazione di criptovalute: in pratica, l’uso di computer molto potenti per generare nuova moneta digitale e convalidare le operazioni che avvengono sulla rete.
Durante i controlli è stato trovato in un deposito aziendale un impianto chiamato ‘mining rig’, cioè un computer assemblato appositamente per lavorare senza sosta alla produzione di criptovalute. Insieme all’impianto c’erano numerose schede grafiche ad alte prestazioni, componenti normalmente usati nei videogiochi ma che, in questo caso, servivano ad aumentare la capacità di calcolo necessaria per l’estrazione.
Gli investigatori hanno poi individuato diversi portafogli digitali: conti virtuali nei quali vengono conservate le criptovalute. Al loro interno erano presenti beni in formato elettronico, per un valore economico significativo.
Grazie a speciali software in grado di analizzare la ‘blockchain’ – il registro digitale pubblico su cui vengono annotate tutte le operazioni in criptovaluta – la Guardia di Finanza è riuscita a ricostruire i movimenti di denaro e ad attribuire con certezza quei portafogli a sei persone residenti in Emilia-Romagna, Lazio, Marche e Sicilia.
Secondo quanto emerso, i sei operavano abitualmente nel mercato delle criptovalute. Effettuavano compravendite su piattaforme di scambio online, siti autorizzati che permettono di cambiare euro in monete digitali e viceversa. Le operazioni riguardavano soprattutto Bitcoin ed Ethereum, tra le criptovalute più diffuse al mondo.
Il problema non era l’attività in sé, ma il mancato rispetto delle regole fiscali. Le persone coinvolte, secondo gli accertamenti, non avevano indicato nella dichiarazione dei redditi il possesso delle criptovalute detenute all’estero (obbligo previsto per il monitoraggio fiscale) e non avevano dichiarato i guadagni ottenuti dalla loro vendita, le cosiddette plusvalenze. Di conseguenza non avevano versato l’imposta sostitutiva dovuta su questi profitti.
Il totale delle imposte non pagate ammonta a circa 500mila euro, cifra alla quale si aggiungeranno le sanzioni amministrative previste dalla legge.
L’operazione, che ha coinvolto una verifica fiscale e sei controlli in diverse regioni, rientra nell’attività di contrasto all’evasione anche nei nuovi settori dell’economia digitale. Un ambito in forte espansione, dove le tecnologie possono dare l’illusione di anonimato, ma dove -come dimostra questo caso - le transazioni possono essere ricostruite e ricondotte ai responsabili.
